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Prove riuscite di bellezza. Intervista a Roan Johnson.


02 set

“Prove di felicità a Roma Est” è il primo romanzo di Roan Johnson, scrittore pisano, con nome, cognome e radici anglosassoni. E’ un libro maturo e leggero, dolce, gioioso, dove le vite dei personaggi scorrono in maniera veloce, la velocità futurista della gioventù, la velocità bulimica delle metropoli, la velocità di uno sguardo o della penna che scrive sul foglio. Lorenzo Baldacci è il protagonista, un giovane toscano che scende nella Capitale per dare senso alla sua vita tra il diplomificio, Samira, la ragazza che ama tutti e alla fine non ama nessuno, il vecchio professore che gli fa ripetizioni e il suo lavoro di portapizze che lo porta a perdersi tra le pieghe della città. Tutto è normale, sullo sfondo c’è Roma, una città e salata, come i baci e il corpo di Samira, che contamina Lorenzo di un amore diverso, non convenzionale, un sentimento nuovo che gli apre mente e pensieri. Il libro ha una struttura narrativa agile ed è ben strutturato, nulla è banale e nulla è macchiettistico. Roma è descritta e vissuta profondamente e non si manifestano quei crolli strutturali propri di certa letteratura giovanile, dove la storia è poco importante e ad assurgere importanza è il luogo comune.
Roan Johnson fa scelte coraggiose e non strizza l’occhio a nessuno. Questo libro rientra nella mia personale categoria di libri necessari, ovvero quei libri che si aprono all’esterno perché c’è un impellente necessità del narratore, necessità interiore sempre meno rintracciabile nel panorama culturale italiano.

Abbiamo fatto qualche domanda a Roan Johnson, autore del libro e sceneggiatore.

Per te come per Lorenzo Baldacci, Roma è la città che ti ha accolto, che rapporto vivi con questa metropoli così strana?

Con Roma posso dire di avere una vera e propria storia d’amore. Una di quelle storie passionali, struggenti, pieni di litigate e scenate di gelosia. Insomma una storia d’amore complicata. Se dovessi mettere su Facebook il mio stato sentimentale con Roma dovrei mettere it’s complicated. E’ stata una storia d’amore complicata fin dall’inizio perchè lei mi ha snobbato. Non mi ha considerato per un paio di anni. Era troppo grande, ricca e importante per me. E quindi non me la dava. Non che le facessi una grande corte, anzi la snobbavo anche io, ad essere sinceri. Tornavo sempre dal mio primo grande e irraggiungibile amore che è Pisa. Pensavo che tutto quel che mi chiedeva Roma non valesse la pena. Mi sembrava che fosse piena di sè, incasinata, bella come una statua e quindi neanche troppo sexy. E lei mi lasciava andare, perchè lo sapeva che non mi sarei allontanato troppo. E infatti sono sempre tornato da lei.E a forza di questo annusarsi e schivarsi, dopo tre, quattro anni, ho iniziato a capirla, a vedere alcuni lati che teneva nascosti, e cioè che era scafata, greve ma anche colta, santa e papalina ma anche puttana, e soprattutto era piena di vita. Pullulava di vita. Aveva vissuto più di me e avrebbe vissuto sempre più di me. E lì è scoppiato l’amore. Mi ha fatto sentire grande in mezzo a le sue grandi vie, in mezzo ai suoi monumenti e gioielli, ai suoi seni materni e sensuali. Giravo estasiato per le sue vie e pensavo: sono l’uomo giusto al posto giusto, l’uomo giusto con la donna giusta. Ed è durata per un bel po’ questa sensazione. Poi, invece, piano piano, i dubbi sono riaffiorati, il suo abbraccio da sensuale è diventato soffocante. Ho capito il suo gioco: mi aveva sedotto, mi aveva detto che sarei potuto andare via quando volevo e non era vero. Mi aveva fatto credere di essere libero e mi aveva rinchiuso. Era puttana sì ma più per soldi che per passione. Era piena di vita sì ma era anche una vita caotica, nervosa, piena di lamenti e di rancori. Ecco, ora siamo due fidanzati di lungo corso. Io so che non farò mai figli con lei. Lei sa che non la abbandonerò mai. Litighiamo in continuazione, e rifacciamo pace appena ci allontaniamo di quel tanto così.

La gioventù intesa nel suo senso più profondo è al centro del romanzo, una gioventù diversa, precaria, che già ha un codice di vita da adulti, quanta innocenza hanno i personaggi del tuo libro?

Direi che c’è molta innocenza nei miei personaggi. Baldacci potremmo dire che parte con un grado cento di innocenza. Poi, piano piano la sua innocenza si corrompe. Ma non è un percorso che potremmo connotare come negativo. E’ un processo naturale. E’ la distanza che si crea fra l’infanzia e l’età adulta. Nel mezzo c’è, appunto, l’adolescenza. Che per Baldacci è una fase che è rimasta congelata per troppo tempo. E’ più comodo sedersi sulla tranquillità, sul perder tempo con entusiasmo, non mettere il naso fuori dal proprio guscio. E’ troppo facile essere innocenti quando ci si tiene lontano dalle acque sporche e torbide. Invece se ti immergi nella metropoli, nei posti più difficili, se ti sporchi con quel gioco che è la vita allora l’innocenza assume un connotato diverso. Forse solo allora ti confronti con l’innocenza per la prima volta. In fondo direi che Samia e anche Baldacci hanno una qualità dell’innocenza migliore del Baldacci dell’inizio. Forse c’è anche una qualità dell’innocenza e non solo una quantità.

Hai raccontato tante cose tutte insieme, la periferia, i diplomifici, il lavoro precario, l’amore, la ricerca di una stanza in affitto, da che punto di osservazione li hai analizzati e soprattutto come ti sei calato in queste realtà?

Le realtà che ho raccontato sono diverse e diverso è stato il grado di conoscenza che ne avevo. Alcune le conoscevo in prima persona, altre ci avevo vissuto, altre ne avevo sentito parlare e sono andato ad indagarle per scrivere il romanzo. Alcune sono mie esperienze personali che ho reinserito in contesti diversi. Mi sembrava però che fossero tutte importanti, che valesse la pena di raccontarle e ho provato a farlo senza cadere mai in un teorema, o negli stereotipi.

Ti occupi principalmente di cinema, come ti sei trovato in questa prima esperienza narrativa?

L’esperienza narrativa che ho vissuto per questo libro la potremmo definire un parto. Ha avuto una gestazione lunga, una fase molto dolorosa, e dopo di quella, il mio cervello – come accade per la memoria delle donne dopo il parto – si è così tanto nutrito di tutte quelle soddisfazioni della nascita di quel figliolo, dei complimenti degli amici e dei giornalisti e dei premi, che non ricorda più il dolore. Ora, poi che sono in una fase molto difficile perchè dovrei iniziare a girare un film, mi sembra proprio un’esperienza meravigliosa, assolutamente preferibile, sia professionalmetne che artisticamente che soprattutto, personalmente, al cinema. La colloco in una zona paradisiaca, onirica, meravigliosa. Rispetto alla macchinosità, alla grassezza, ai compromessi del cinema mi sembra un posto libero e proficuo, leggero, agile, e quindi più fertile. Ma se tu mi rifacessi la domanda fra un anno, la mia domanda potrebbe essere molto diversa.


Sparigliare e innovare. Dialogo con Luca Sappino


06 ago

di Massimiliano Coccia, per “Le Ragioni”

Luca Sappino è una bella promessa della politica romana, giovane esponente di Sinistra e Libertà cerca con campagne e militanza territoriale di cambiare le pratiche interne ai processi politici. Si sa che spesso tra il dire e il fare c’è di mezzo un oceano e Luca in questa breve intervista ci spiega come nel suo partito cerca di coniugare le idee con l’azione e come si sta trasformando Sinistra e Libertà. Con un occhio a Vendola.

In questi giorni c’è un gran mormorio intorno alle parole di Vendola sulla voglia di “sparigliare” il centrosinistra.  Non pensi che si debba forse creare un’alleanza anziché sparigliare il poco che esiste?

Dobbiamo intenderci sul significato della parola “sparigliare”, perché questo è un verbo che sa di sovvertimento, che ha quasi un sapore rivoluzionario, ma che sottointende la volontà di rimanere ben seduti al tavolo del gioco. “Sparigliare” vuol dire sfidare l’abitudine di subalternità del centrosinistra, vuol dire svincolare la politica dal potere, il governo dal Palazzo, quello con la P maiuscola. Vuol dire rinunciare a compromessi sempre al ribasso, sempre a danno dell’avanzamento dei diritti sociali e civili. Vuol dire riconoscere nella radicalità delle proprie ragioni l’unica motivazione valida per andare al governo. Inteso questo è chiaro come il sole di giorno che per “sparigliare” al tavolo del gioco bisogna esser in tanti. Tanti e forti, se si gioca in squadra.

“Sinistra e Libertà” cos’è al momento? Un partito? Una fabbrica? Un insieme liquido di soggetti?

Sinistra Ecologia Libertà è un partito giovane che si sta formando. Un partito giovane il cui percorso di formazione è fatto tutto di politica vera, di esperienze e forze messe tutte a disposizione di quella che chiamiamo la “buona politica”, quella – appunto – capace di sparigliare. A ottobre faremo il primo congresso nazionale, che sarà l’ultimo passo di un percorso lungo e faticoso per riunire alcuni cocci di una sinistra ormai stordita e spaesata.

Le fabbriche sono altro, un compagno di viaggio assai gradito da cui stiamo imparando molto, ma un soggetto ben distinto. E in questa distinzione sta la forza di entrambi. Io sono impegnato profondamente nella crescita di SeL. Credo che una delle priorità democratiche del nostro paese, sia dotarlo nuovamente di partiti capaci di assolvere pienamente il loro compito costituzionale. Con SeL vogliamo suonare la sveglia ad un centrosinistra assopito da troppo tempo.

A Roma la situazione è forse ancora peggiore.  Un PD immobile in molti settori, un progetto di città alternativa ad Alemanno che ancora manca, come affronterà Sel la sfida del Campidoglio?

Il Pd sta dando qualche cenno di vita, ultimamente. E molto di questo lo si deve ad alcuni giovani dirigenti, militanti, che si stanno sbattendo per rianimare un partito nato debole. SeL credo debba lavorare con questo pezzo di Pd per costruire e raccontare un’idea diversa di città. Diversa da quella di Alemanno – ovviamente – ma diversa anche da una certa Roma del centrosinistra. Le critiche al “modello Roma”, ben lontano dalla perfezione amministrativa, non devono restare recintate solo nelle nostre discussioni private. Dobbiamo trovare risposte e dire che ci candidiamo per regalare ai romani una città migliore, a partire dalle piccole cose, dal quotidiano. Da dove cominciare? Io partirei dalla mobilità, che vuol dire accesso ai servizi e qualità della vita. Diciamo come intendiamo liberare Roma dalle macchine. Diciamo quello che non ha fatto il centrosinistra, che non ha fatto la destra, ma che farà una nostra nuova classe dirigente.

Sei stato candidato al Consiglio Regionale, riportando un ottimo risultato, figlio di una bella campagna fatta di cose concrete e di un nuovo approccio alla politica,  cos’è mancato alla Bonino per vincere?

Una nuova classe dirigente, appunto. Quello che spero non mancherà al nostro prossimo candidato sindaco: una classe dirigente non compromessa, che non ha nulla da perdere, capace di scommettere e di osare. Capace di proporre una strategia di gestione veramente alternativa. Una classe dirigente giovane che non pensi neanche lontanamente – come invece temo sia stato con la Bonino – che in fondo è meglio perdere, che anche perdendo possiamo mantenere alcune posizioni di potere. Manca coraggio.

Ci racconti l’origine del tuo impegno e quali sogni nutri?

Sarà forse per l’educazione ricevuta, per il contesto familiare, per le letture e le passioni, ma la politica è da sempre parte centrale della mia vita. Il sogno è che lo possa essere ancora per molto, magari proprio in questa città, per questa città. La speranza è di non cedere alla disillusione e – al contrario – di contagiare con questo strano morbo, che è l’impegno politico, quante più persone possibili, tenendo ben lontano la tentazione di rifugiarsi nel privato

Il bilancio al tempo di Alemanno


06 ago

Cinque domande al consigliere comunale del Partito Democratico, Paolo Masini.

di Massimiliano Coccia, per “Le Ragioni”

Il bilancio è la carta d’identità di un Comune e a Roma è da mesi ormai terreno di scontro tra il PDL e il PD. Da una parte l’Armata Brancaleone del Sindaco Alemanno arranca confusa e dall’altra l’opposizione che cerca una via tra l’essere di lotta e di governo. Il risultato è un bilancio fatto di tagli e di lacrime per Roma.
Una Capitale che sembra svuotata del suo futuro e sembra non aver nulla a che vedere con la capitale di un tempo che fungeva da locomotiva del Paese nello sviluppo sociale e culturale. 
Ma Alemanno e la sua Giunta che si apprestano a mettere le mani in tasca ai romani, dove taglieranno? E soprattutto che futuro avrà Roma?
Ne abbiamo parlato con Paolo Masini, consigliere comunale del PD a Roma.

Quali sono le caratteristiche del bilancio in corso di approvazione varato dalla Giunta Alemanno?

Purtroppo la caratteristica principale è quella di varare una serie infinita di aumenti senza offrire miglioramento di servizi e soprattutto senza un piano di rilancio per la città di investimenti strutturali, soprattutto in un momento in cui sia le famiglie che le imprese sono investite da un periodo di forte crisi. Aumentano nidi, refezione scolastica, Co.sa.p (la tassa sul suolo pubblico, ndr), Tari (rifiuti, ndr) in maniera vertiginosa. Un vero salasso per le famiglie romane, che vedranno aumentare anche le piccole cose quotidiane dalle fotocopie rilasciate dagli uffici, ai matrimoni, ai musei. Non c’e’ servizio lasciato inalterato e soprattutto come nel caso simbolico dei nidi diminuisce l’offerta con meno orari e meno posti. Tra l’altro un bilancio che arriva in ritardo clamoroso e che sta mettendo in ginocchio i Municipi che hanno dovuto lavorare con fondi risibili. Municipi che a dispetto dei proclami sul decentramento vedono mortificare il proprio ruolo nei territori.

Da mesi la scuola è sotto attacco incrociato dell’amministrazione locale e del Ministero dell’Istruzione, come cambieranno le tariffe degli asili nido e quali sono state le proposte alternative del PD in consiglio comunale?

L’accoppiata Gelmini-Marsilio sta avendo effetti pesantissimi sulla città. Sono state 216 classi del tempo pieno richieste dai romani alle quali il MIUR aveva dato parere negativo. Solo grazie al lavoro del Pd e dei coordinamenti dei genitori insieme ai dirigenti e al resto dell’opposizione nei giorni scorsi siamo riusciti a recuperare e confermare le 68 classi già avviate l’anno passato.

Sui nidi ci saranno aumenti molto incisivi fino al 50% soprattutto sulle fasce medie, tanto da far ritirare l’iscrizione a molti genitori impossibilitati a pagare le nuove rette.

Il Pd ha chiesto il ritiro delle due delibere nidi e refezione scolastica proponendo di trovare i 9 milioni di euro decurtandoli dalle consulenze sulle quali sono stati messi a bilancio 20 milioni di euro e da altri capitoli di bilancio gonfiati a dismisura rispetto alla reale necessità.

Alemanno appena insediato ha lamentato un buco in bilancio ereditato dalle scorse amministrazioni, come stanno le cose sulla situazione debitoria del Comune?

Così come per la sicurezza anche il buco in bilancio si è rivelato un boomerang per il Sindaco. Infatti ormai è noto a tutti che il disavanzo era legato a mutui relativi alla metropolitana e debiti pregressi dagli anni ‘60 come ammesso dallo stesso Alemanno in uno degli ultimi consigli. La situazione ora è critica come per tutti i comuni italiani soprattutto dopo le scelte del governo di togliere denaro fresco alle amministrazioni locali come l’Ici. A valutare le spese allegre sostenute in questi due anni dal Gabinetto del Sindaco non sembra esserci una situazione di particolare disagio.

E’ vero, secondo indiscrezioni, che pur essendo un bilancio di tagli, il budget per gli emendamenti di ogni singolo consigliere è raddoppiato rispetto allo scorso anno?

La politica sta vivendo un momento particolare. Più si distanzia dalla politica intesa come servizio e più diventa altro. In questo momento non so risponderle nello specifico  alla domanda ma rispetto a questo sono note le mie battaglie. La cosa che mi auguro è che  su ogni centesimo della collettività ci sia una attenta azione di verifica e di controllo affinché ogni iniziativa realizzata abbia  una   ricaduta reale  e concreta nella vita della città. Credo che la politica intesa come servizio  debba partire dalle spese sostenute da un candidato  in campagna elettorale fino al suo atteggiamento quotidiano in aula consiliare. Su questo insieme alle sue competenze e alla propria capacità amministrativa e politica va giudicato

Nella vita dell’Aula com’è cambiata la discussione del bilancio tra la giunta Veltroni e quella Alemanno?

Devo dire che il livello della discussione è purtroppo sceso di molto in questi due anni. Il rispetto dell’Aula, quella laica sacralità dei luoghi delle istituzioni era cosa di tutti i giorni. L’attaccamento alla città e la tensione morale di chi ha amministrato in quel periodo la città facevano il resto. In questi giorni si stanno facendo i lavori di ristrutturazione dell’Aula Giulio Cesare, spero che al ritorno in quella bellissima sala ci sia un cambio di passo anche per non lasciare alibi a chi crede che Roma non debba avere uno status particolare.

Pericoli e Siciliano. La bianca luce dell’Ara Pacis e il buio della Pelanda.


06 ago

di Massimiliano Coccia, per “Le Ragioni”

Nel caldo tropicale di Roma vago in bella compagnia per i lindi e nuovi Musei e mi imbatto nella mostra di Tullio Pericoli, “Lineamenti. Volto e paesaggio”. Una mostra di cui forse si poteva fare a meno, non per il valore artistico indiscusso di Pericoli, ma per la fragilità del suo allestimento e della sua vicenda compositiva, che basandosi sui ritratti intensi dell’artista a personaggi come Pasolini, Beckett, Scalfari, Saviano, unisce i paesaggi, che non rappresentano l’acme artistico del maestro Pericoli, il tutto è immerso nell’Ara Pacis, sede algida non adatta ad ospitare questa mostra, che poteva dire molto di più se fosse stata corredata dei tanti ritratti o bozzetti dell’autore o dalle bellissime incisioni visibili in vendita all’entrata.

Deluso ma non troppo dalla mostra di Pericoli, mi dirigo verso il Macro di Testaccio, incuriosito da Bernardo Siciliano e le sua “Nude City”, una bellissima raccolta di nudi di grandi dimensioni dove la femminilità dei soggetti si sprigiona dalla tela e avvolge lo spettatore, che si perde tra i lineamenti di una donna troppe volte amata o di una giovane avvolta come a rannicchiarsi nelle sue coperte. Siciliano con maestria e rigore traccia lineamenti umani e lineamenti urbani che quasi si fondono e creano un’unica nudità. Le città sono nude perché visibili, la vita è nuda perché vera. Siciliano sembra aver appreso la lezione dei classici e averla reinterpretata in un misto di realismo e meraviglia che accoglie e persuade.
Anche qui l’unico neo rimane l’allestimento, infatti nella nuovissima sede espositiva della Pelanda, voluta dal Sindaco Veltroni e inaugurata dal Sindaco Alemanno, metà sala riguardante i panorami delle città è al buio, facendo perdere di senso e significato il legame simbolico con i nudi.
Il custode ignaro mi dice che da “oltre due settimane” la struttura versa in parte nelle tenebre poiché i tecnici di Zetéma, la società che gestisce i Musei a Roma, non si sono fatti vedere per cambiare l’illuminazione. Una defezione enorme assolutamente non degna di una città come Roma, che tuttavia lentamente come un gambero torna indietro.
Uscendo dalla Pelanda penso che “l’essenziale è invisibile agli occhi” e una mostra come quella di Siciliano supera anche ostacoli importanti, ma fino a quando la bravura e la bellezza riusciranno a colmare le negligenze della burocrazia?

Cronaca di una vittoria.


12 lug

di Massimiliano Coccia – Le Ragioni.it

Seguire i Mondiali a Roma è impresa ardua. Avevo scelto il Fifa Fan Fest ma mi sono ritrovato alla Festa dell’Unità.
I presagi sul Fifa Fan Fest non erano i migliori, appena arrivato mi trovo infatti Alemanno che gira per gli stand accompagnato da una fiumana di gente. Decido quindi che assisterò solo ad un tempo della partita in quel posto, penso non posso ritrovarmi a festeggiare il Mondiale con Alemanno.
Tra le due squadre il primo tempo scorre statico tranne che per un meraviglioso colpo in pieno petto di Jong ai danni di Piquet, sembra infatti che colpire in pieno petto l’avversario sia una pratica usuale delle finali. Jong come Zidane quindi, con la differenza che l’arbitro lo grazia e gli concede solo il giallo.
Nonostante una partita macchinosa che ci ha fatto rimpiangere la finale per il terzo e quarto posto giocata sabato, la Spagna detta bene i tempi del gioco e mette in crisi un’Olanda molto catenacciara che non sa sfruttare al meglio le occasioni.
Mentre la partita scorre ho anche modo di notare che il servizio di sicurezza del Fifa Fan Fest si accanisce contro un povero senza dimora che guardava la partita tenendo in mano un guanto e una busta della spesa.
Roma ai tempi di Alemanno: vietato entrare nei salotti buoni con il vestito sporco.
L’arbitro che nel frattempo ha ammonito alla rinfusa decreta la fine del primo tempo ed io trovo giuste alleanze per seguire altrove la partita.
E mentre a Roma impazza il caldo mi rifugio alla Festa dell’Unità di Roma, dove silenziosi si attende la vittoria della socialdemocratica Spagna. E mentre anche il secondo tempo scorre con qualche emozione, Sneijder che si fa parare un tiro incredibile da Casillas.
I tempi supplementari vedono una Spagna decisa all’attacco che si vuole prendere la partita e al 118’ minuto del secondo tempo supplementare Iniesta, il giocatore che non ti aspetti sigla un gol bellissimo che porta la Spagna sul tetto più alto del mondo.
Lacrime e abbracci e la Spagna è Campione del Mondo per la prima volta nella sua storia.
E alla Festa dell’Unità trovano il modo per far arrabbiare gli spagnoli accorsi spegnendo la partita mentre Casillas alza la Coppa del Mondo.
La Spagna ha vinto, lo aveva detto il polpo Paul e lo speravo anche io, che dismessi i panni del cronista, penso di aver visto una finale bruttina, forse normale, ma sono felice per la Spagna, un Paese che finalmente sta uscendo da una lunga transizione democratica. E’ un Paese che ama la vita, cosa che non facciamo più noi, è un Paese che vota con coscienza critica, cosa che noi non facciamo da tempo. Non vorrei scadere nel facile luogo comune del giornalista italiano di sinistra felice perché un Paese rosso abbia vinto, ma vorrei solo far notare che un popolo felice è un popolo che riesce meglio in tanti campi della propria vita sociale e pubblica.
La Spagna ha meritato questa Coppa per i tanti sorrisi negati da Franco, per le tante menzogne di Aznar e per l’impegno che ci ha messo sul campo. E’ un Paese attraversato dal vento, un Paese complesso ma che sceglie.
Mentre Casillas alzava la Coppa del Mondo pensavo che anche noi dovremmo tornare a scegliere e non ad essere scelti, dovremmo tornare ad essere felici e a convocare in Nazionale i giocatori migliori che abbiamo come Cassano, Totti, Del Piero, Balotelli e via dicendo.
Perché lo scegliere la fantasia genera sempre felicità. O almeno ci prova.

Manutenzione sito


12 lug

Cari amici,

come avrete potuto notare il sito non è accessibile in tutte le sue parti e funzionalità.
Stiamo provvedendo a risolvere il tutto e presto troverete tutti i contenuti e tutti gli articoli
sotto una nuova veste grafica.
Grazie per la consueta attenzione,
Massimiliano Coccia

Presentazione “Una notte a Primavalle” al Circolo PD Palmarola (27.5.2010)


26 mag

Primavalle 1973. Un commando terroristico appartenente a Potere Operaio appicca il fuoco nella casa della famiglia di Mario Mattei, segretario della sezione dell’MSI del quartiere.
Stefano e Virgilio Mattei di 10 e 22 anni muoiono tra le fiamme.
Primavalle 2010. Un bambino gioca a pallone, il pallone rimbalza contro un muro.
Un ragazzo poco più che ventenne ricerca tra libri e ritagli di giornale per capire la storia della sua città.
Tra un pallone calciato su un muro e una domanda, nasce l’incontro con Giampaolo Mattei, che racconta di quel 16 Aprile del 1973. Le parole diventano un fiume, che pervaso da ritmo e colore, attraversa la storia recente della città e ci restituisce le vite di Stefano e Virgilio e le proietta nel futuro. “Una notte a Primavalle” è un viaggio nella memoria recente del nostro Paese, che porta a scoprire una terra di nessuno, un limbo, dove rimangono appese vite, storie e volti.

Intervengono:

Walter Verini
Deputato PD

Achille Serra
Senatore PD

Paolo Masini
Consigliere comunale PD

Giampaolo Mattei
Pres. Ass. Fratelli Mattei

Massimiliano Coccia
Autore del documentario

Andrea Rusich
Regista del documentario

Modera il dibattito:

Valerio Barletta
Consigliere municipio Roma XIX

Quando cade l’acrobata, entrano i clown


30 apr

di Massimiliano Coccia (www.leragioni.it)

Recensione di “Quando  cade l’acrobata entrano i clown -Heysel, l’ultima partita” di Walter Veltroni (Einaudi)

“Bella, come un giorno di maggio.Bella, come questa notte con le finestre aperte. Bella, come te, che dormi nuda e sembri una bambina”, sussurra un uomo alla donna che ama, mentre scruta silenzioso il cielo ripensando a dieci anni di matrimonio in cui l’unica bugia è costituita da un viaggio. Un viaggio a Bruxelles per seguire la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool, perché nel 1985 la Champions League si chiamava così, senza strane pronunce, era la Coppa dei migliori, dei campioni veri in campo e fuori come Gaetano Scirea e Agostino Di Bartolomei.

Attorno a questo nodo concettuale intriso di amore e memoria si snoda “Quando  cade l’acrobata entrano i clown” il primo monologo per il teatro scritto da Walter Veltroni che ha il pregio di raccontare in maniera limpida ed onesta la compenetrazione che  la storia ha sulle nostre vite, le tante notti italiane passate con lo sguardo da un’altra parte e i ricordi fissi a quello che abbiamo vissuto. 
La tragedia di Heysel dove morirono 39 persone e ne rimasero ferite 600, smette così di essere un qualcosa di lontano ed entra nel vissuto di una collettività, il ricordo personale allontana le sabbie mobili della morte e restituisce tramite la dolcezza di un monologo tutto quello che si può perdere e non riavere dalla storia. 
Quell’uomo che racconta nella notte assume quindi una dimensione collettiva molto forte ed ecco perché le pagine di Veltroni non sono un normale esercizio di teatro di narrazione o di monologo, ma diventano una sorta di romanzo popolare. Quante volte anche nei nostri letti prima di addormentarci non abbiamo guardato la donna che abbiamo accanto e trovando nella bellezza del corpo una sorta di amnistia generale per i torti, le bugie, i traumi della vita e della storia, ci siamo aperti in quel limbo comunicativo che è la nostra coscienza, raccontando al mondo intero tutto quello di cui abbiamo paura. 
“Quando cade l’acrobata entrano i clown” in poche pagine racchiude tutto questo. Amore. Storia. Memoria. Passione. 
Attendiamo solo di vederlo rappresentato.


La dignità e la rabbia


27 apr

di Massimiliano Coccia (leragioni.it)

Il 25 Aprile a Roma è accaduta una cosa molto triste e si materializzata una frattura ampia tra associazioni partigiane, partiti, sindaci e centri sociali e sinistra estrema. 
Al centro del contendere, a mio avviso non c’è solo la questione Polverini, con relativa contestazione, lancio di uova, fumogeni e via dicendo, ma vi è una questione culturalmente più annosa: ovvero la costruzione di un’alternativa. 
I delinquenti che sono andati ad un corteo con petardi, fumogeni, uova, ortaggi e chissà quanto altro ancora, non meritano menzione, perché dovrebbero iniziare ad appartenere alla preistoria politica del nostro Paese, dalle loro facce passate in rassegna sui giornali si scorge una vena di disperazione, univoca disperazione per una vita cullata in un conflitto politico e umano forte, dove di volta in volta non è necessario risolvere ma contestare, contestare tutto e tutti, con qualsiasi mezzo. Sono gli stessi che scrivono 10,100,1000 Nassyria o che allo stesso corteo del 25 Aprile, scandiscono slogan a favore della strage di Acca Larentia o che offendono la Brigata Ebraica. Loro al pari di chi nega la Shoa, le Leggi Razziali, di chi dice che “solo uno stronzo può pensare che il fascismo sia stato il male assoluto” andrebbero isolati in maniera netta e categorica, gli andrebbero revocati finanziamenti su base locale e nazionale e andrebbero fatti cadere in totale i tanti paraventi e coperture politiche che hanno e continuano ad avere.  
Questo serve per creare un centrosinistra realmente nuovo, questo serve a creare un’alternativa di governo credibile ai vari Alemanno e Polverini, che vivono nella più totale incoerenza politica, facendo sponda tra Casa Pound e l’Anpi e proprio di questa incoerenza dovremmo informare i cittadini, gli elettori, proprio di questa incoerenza dovremmo far vanto dettando un percorso preciso e determinato nelle regole e nel rispetto dei dettami costituzionali. Il 25 Aprile deve essere la grande festa della Costituzione, in cui ci sono diritti e doveri per tutti, la stessa Carta che il Governo calpesta giornalmente, la stessa Carta che noi, non dobbiamo calpestare negando la parola a un Presidente democraticamente eletto dai cittadini del Lazio. Impedire di parlare è un fatto grave perché lì dove c’è parola c’è vita, dove c’è dialogo non c’è violenza. La Polverini forse avrebbe detto delle cose sballate, forse qualcuno sarebbe potuto salire sul palco con articoli e manifesti in cui i suoi alleati vanno a braccetto con personaggi indecenti, certamente quello sarebbe stato più forte del rumore assordante del lancio di oggetti. 
Sono arrabbiato perché al 25 Aprile sono legato in maniera inscindibile, da un ricordo emozionale e intimo, perché il 25 Aprile 1995 era un giorno di sole, Berlusconi da un anno aveva vinto le sue prime elezioni e portato per mano da mio nonno per la prima volta conobbi quella meravigliosa comunità di persone che erano i partigiani, i reduci dei campi di sterminio e in quella mattinata di sole decisi che quella memoria non andava dispersa e quella mattina da un senso a tante giornate. Vedere Massimo Rendina impaurito dalle urla, dai petardi, dai fumogeni, mi ha fatto male perché quella smorfia di dolore che ho visto l’altro pomeriggio l’ho vista tante volte ultimamente su visi rigati dal tempo di Piero Terracina, di Adolfo Perugia, di Giulio Spallone, lacrime e smorfie che chissà quante volte hanno versato nella loro vita. 
Per questo occorre cambiare passo, ritrovare identità e forza, isolare i delinquenti ed esigere coerenza. Perché amiamo questo Paese e non vogliamo altre lacrime in giornate di sole.

L’impegno e la passione civile affidati alle giovani staffette partigiane del 2010


25 apr
di FRANCESCA FILIPPI

Sono le nuove staffette partigiane. Erano giovani ed ebbri di passione negli anni eroici della Resistenza. Ci sono giovani e con una forte passione civile anche oggi che i “vecchi” valorosi che combatterono il nazifascismo si assottigliano di numero per legge naturale. E loro sono pronti a raccoglierne il testimone per portare avanti, in tempo di pace, nuove battaglie. E’ così che la gloriosa Anpi si rigenera con ragazzi e ragazze che vi hanno aderito fin dalla più giovane età. Sono studenti, scrittori, insegnanti, attivi politicamente anche se alcuni preferiscono aderire solo all’Anpi piuttosto che avere in tasca la tessera di un qualsiasi partito. Silvia Pettini, 25 anni, ne aveva 21 quando nel 2006 decise di aderire all’Anpi. Oggi è segretaria della sezione “Martiri de La Storta” (60 iscritti), a ricordare il massacro commesso il 4 giugno 1944 dai nazisti in fuga da Roma in cui furono uccisi 12 italiani. «Nessuno in famiglia ha mai fatto politica – racconta Silvia, che insegna italiano agli studenti stranieri dell’Istituto tecnico industriale “Giovanni XXIII” di Tor Sapienza – Ho scelto io di impegnarmi in nome dell’antifascismo, perché i partiti hanno perso la memoria storica. Quando l’Anpi, 4 anni fa, ha modificato lo statuto aprendo di fatto le porte a chiunque sottoscriva di essere antifascista, mi sono detta che dovevo aderire per combattere rigurgiti di razzismo e xenofobia». Cosa significa sentirsi “partigiani” nel 2010? «Essere al fianco dei più deboli ed emarginati, extracomunitari e omosessuali – prosegue Silvia, che con gli anziani dell’Anpi organizza incontri nelle scuole medie romane – La Costituzione? Un baluardo della nostra democrazia, va modificata perché è cambiata anche la società, ma giù le mani dai princìpi fondamentali». Ha le idee chiare anche Nicolò Monti, 18 anni, iscritto all’Anpi dal 2007, studente del liceo scientifico Azzarita, una famiglia comunista alle spalle e un bisnonno rinchiuso a Regina Coeli 20 giorni dai gerarchi fascisti: «Per me tutto è cominciato leggendo i libri di storia, mi sono appassionato alle gesta di questi uomini. Alemanno? Ha ragione quando dice che il 25 aprile non è solo di una parte politica. Per la Resistenza combatterono anche partigiani bianchi, liberali, azionisti, cattolici e repubblicani. Ma proprio perché è il sindaco di tutta la città dovrebbe dichiararsi antifascista e prendere le distanze da Casa Pound e da altre associazioni…». Infine Massimiliano Coccia, 24 anni, scrittore e segretario della sezione “Enzo Biagi” di Testaccio (80 iscritti): «L’aver avuto un nonno deportato ha incoraggiato a soli 20 anni il mio ingresso nell’Anpi, che non ho mai vissuto come un luogo di anziani, anzi. Sentivo il bisogno di dare nuova linfa a questa famiglia, di fare la sentinella in difesa della Costituzione, di valori come libertà di espressione, democrazia e dialogo fra culture. Il fascismo? Non è più quello di 70 anni fa ma è tornato e fa paura».

Massimiliano Coccia

Scrittore in Roma