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Invito al viaggio. Parole e colori di Alberto Sughi.


04 ago

di Massimiliano Coccia, in collaborazione con Martina Donati e Monica Neri

Nella quiete del suo studio ci ha accolto Alberto Sughi, pittore cesenate che con i suoi quadri ci racconta un frammento importante della nostra vita interiore e pubblica. Sughi ha il pregio di non essere un maestro bagnato dall’accademismo e dalla voglia di primeggiare. In maniera silente e composta ha portato avanti con dignità e bellezza il suo “viaggio”, il suo “cammino” all’interno dell’arte.
“Io non so bene se sia più rassicurante il luogo che abbiamo lasciato o quello in cui stiamo per arrivare. Il momento più bello di un viaggio è a metà strada, quando si è lontani da tutto”, scriveva il pittore in un suo catalogo, e cogliere l’essenza della sua ricerca e del suo andar lontano è il senso con cui è nata questa intervista, maturata sotto il caldo romano di luglio.
Ci si perde nello sguardo di Albero Sughi e nella forma delle sue mani, lievi e sottili, come se la pelle fosse carta velina. Sughi rappresenta molto per l’arte del nostro Paese, un’arte che si perde dietro futilità e ricerche inutili dimenticando il primato della pittura e della ricerca figurativa, proprio perché “quando si inizia a dipingere ci si accorge che siamo dentro un altro pasticcio, una storia molto più difficile, una storia che può essere anche affascinante. Le cose belle sono quelle in cui ti metti in gioco, quando ti accorgi che conosci il tuo limite però continui a fare il tuo viaggio verso la conoscenza. Non è importante arrivare al punto massimo della conoscenza, alla quale non si arriverà mai ma è il viaggio per arrivarci la cosa bella. Essere artisti è una cosa particolare, è molto diversa dall’essere normale.”

E’ un lavoro quindi duro, dagli aspetti molteplici quindi, un lavoro che è al tempo stesso un percorso di ricerca…

“Vedi è una vita lunga quella del pittore, la mia dura da quando avevo 15 anni, è una vita bella, non la cambierei con nessuna, perché non è una vita su prestazione. Bisogna però sempre stare attenti a capire cos’è questo percorso, perché  sarebbe brutto incamminarsi su questa strada non comprendendo cosa sia la pittura.”
E come possiamo non cadere in questo?
Dobbiamo saper riconoscere la passione vera ed alimentarla sempre , dobbiamo, quando dipingiamo o scriviamo, alimentare tutto con le cose vere e non con la moda, perché la moda ha un solo destino: essere superata. Vedo tanti ragazzi che seguono le mode e non si interrogano sul senso profondo di quel che fanno.
Essere persone per bene è la cosa più difficile ma è anche la cosa più affascinante”.
Com’èra la vita di Alberto Sughi ragazzo nell’Italia del dopoguerra?
“Quando sono venuto a Roma nel 1948  dormivamo sulle panchine, negli scantinati e la vita era povera. C’era stata la guerra e quindi dormire in posti del genere ci sembrava normale, non la sentivamo come una sofferenza come la potremmo avvertire oggi e quello che ci faceva andare avanti era la voglia di essere pittori, l’avere un pensiero diverso, perché c’era grande fermento, i pittori anziani parlavano ed avevamo tutti voglia di imparare e di farlo insieme. E’ stato ed è tutto molto bello perché la passione ha sempre illuminato il mio lavoro, anche nelle difficoltà.”
Come è mutata la percezione e l’importanza dell’arte nel nostro Paese nel corso degli anni ?
“Non è molto diversa da tutta la confusione che c’è in tutti i comparti della vita pubblica italiana. E’ una situazione di stallo molto difficile e la cultura italiana rappresenta molto bene questo spartiacque. Ci sono delle forze che si oppongono e cercano un’altra strada, ma sono scollegate e hanno poco spazio. C’è un senso di dolore, c’è qualcosa che non va in tutto questo. Siamo in un mondo che non ha più bisogno della pittura, perché la pittura non incide quasi per niente nel modo di essere, pensare o vedere. Questo non mi fa smettere, perché il mio lavoro è fatto di tanti pensieri, di storia culturale, politica, civile, ma c’è anche qualcosa di profondo che mi appartiene come individuo. “

Come nasce la tua ispirazione?
“Nasce dal rapporto che ho con il mondo; ho rappresentato la solitudine, il rapporto con la natura, il “teatro d’Italia”, ho fatto tutto quello che in fondo potevo incontrare e conoscere nei momenti di questo Paese. Ad esempio nel quadro che sto facendo (indicando una grande tela nel suo studio, ndr), sto rappresentando due uomini seduti su una spiaggia mentre c’è il mare in burrasca, come se non si accorgessero che non è più il momento di stare lì. I miei quadri, come in questo caso, hanno sempre rispecchiato il rapporto tra me e me stesso e tra me stesso e il resto delle cose.

E osservando la tela penso che potrà trasformarsi in qualcos’altro.

“Un po’ più in là della solitudine c’è la persona che ami”, scriveva Dino Buzzati, quanto le tue opere e la tua poetica cercano di guardare più in là della solitudine?

“Non ho mai pensato di usare un colore più scuro o più chiaro per descrivere un sentimento od una sensazione. Registravo nella pittura un racconto di solitudine o un momento di allegria, ma non ho mai avuto l’intenzione di farlo, scoprendolo che il quadro prendeva la sua forma definitiva. Ho sempre narrato e registrato qualcosa del mondo che mi sembrava giusto, non ho mai creato un quadro più nero per essere pessimista o più rosa per essere allegro.. Alle volte si è soli e occorre continuare la propria ricerca solitaria.

Su quali tinte si basa la tua tavolozza e quali rapporti tonali preferisci?

Cambio moltissimo i colori, i rapporti tonali sono conseguenti ai cambiamenti che opero sulla tela, una tela che lavoro tanto stravolgendo più volte i soggetti che ho in mente.”

“Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti assieme dietro ai vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.” Per me questa frase di Buzzati rappresenta la sintesi del tuo lavoro, sia per il cromatismo che ispira e sia per l’ambientazione. Cosa ci racconterai da domani in poi?

Un pittore della mia età sa benissimo che non arriverà a quel punto di conoscenza che sperava, perché la verità assoluta si insegue sempre e si ha continuamente l’impressione di toccarla. Mi interessa il viaggio, quel viaggio affrontato con diverse consapevolezze. Spero di non allontanarmi mai da quel che sono, continuare a raccogliere i segnali che vengono dalla vita e dal mondo. Ti posso dire che sono felice di quel che ho fatto e della mia vita che mi ha dato tanto e non la cambierei mai con nessun’altra. Cerco di essere fedele a questa storia lavorando fino al limite.. Voglio restare insieme a me, alla mia pittura e alla mia vita senza pensare se farò delle cose belle o meno belle e mi piacerebbe proprio finire dentro il mio lavoro.”

E mentre l’intervista termina Alberto Sughi ci mostra quante trasformazioni subisce un suo quadro.  Ci saluta con dolcezza per tuffarsi con la gioia di un ragazzo nella sua pittura, vissuta ancora ad 82 anni come una meravigliosa esigenza.

Nella quiete del suo studio ci ha accolto Alberto Sughi, pittore cesenate che con i suoi quadri ci racconta un frammento importante della nostra vita interiore e pubblica. Sughi ha il pregio di non essere un maestro bagnato dall’accademismo e dalla voglia di primeggiare. In maniera silente e composta ha portato avanti con dignità e bellezza il suo “viaggio”, il suo “cammino” all’interno dell’arte.
“Io non so bene se sia più rassicurante il luogo che abbiamo lasciato o quello in cui stiamo per arrivare. Il momento più bello di un viaggio è a metà strada, quando si è lontani da tutto”, scriveva il pittore in un suo catalogo, e cogliere l’essenza della sua ricerca e del suo andar lontano è il senso con cui è nata questa intervista, maturata sotto il caldo romano di luglio.
Ci si perde nello sguardo di Albero Sughi e nella forma delle sue mani, lievi e sottili, come se la pelle fosse carta velina. Sughi rappresenta molto per l’arte del nostro Paese, un’arte che si perde dietro futilità e ricerche inutili dimenticando il primato della pittura e della ricerca figurativa, proprio perché “quando si inizia a dipingere ci si accorge che siamo dentro un altro pasticcio, una storia molto più difficile, una storia che può essere anche affascinante. Le cose belle sono quelle in cui ti metti in gioco, quando ti accorgi che conosci il tuo limite però continui a fare il tuo viaggio verso la conoscenza. Non è importante arrivare al punto massimo della conoscenza, alla quale non si arriverà mai ma è il viaggio per arrivarci la cosa bella. Essere artisti è una cosa particolare, è molto diversa dall’essere normale.”
E’ un lavoro quindi duro, dagli aspetti molteplici quindi, un lavoro che è al tempo stesso un percorso di ricerca…
“Vedi è una vita lunga quella del pittore, la mia dura da quando avevo 15 anni, è una vita bella, non la cambierei con nessuna, perché non è una vita su prestazione. Bisogna però sempre stare attenti a capire cos’è questo percorso, perché  sarebbe brutto incamminarsi su questa strada non comprendendo cosa sia la pittura.”
E come possiamo non cadere in questo?
Dobbiamo saper riconoscere la passione vera ed alimentarla sempre , dobbiamo, quando dipingiamo o scriviamo, alimentare tutto con le cose vere e non con la moda, perché la moda ha un solo destino: essere superata. Vedo tanti ragazzi che seguono le mode e non si interrogano sul senso profondo di quel che fanno.
Essere persone per bene è la cosa più difficile ma è anche la cosa più affascinante”.
Com’èra la vita di Alberto Sughi ragazzo nell’Italia del dopoguerra?
“Quando sono venuto a Roma nel 1948  dormivamo sulle panchine, negli scantinati e la vita era povera. C’era stata la guerra e quindi dormire in posti del genere ci sembrava normale, non la sentivamo come una sofferenza come la potremmo avvertire oggi e quello che ci faceva andare avanti era la voglia di essere pittori, l’avere un pensiero diverso, perché c’era grande fermento, i pittori anziani parlavano ed avevamo tutti voglia di imparare e di farlo insieme. E’ stato ed è tutto molto bello perché la passione ha sempre illuminato il mio lavoro, anche nelle difficoltà.”
Come è mutata la percezione e l’importanza dell’arte nel nostro Paese nel corso degli anni ?
“Non è molto diversa da tutta la confusione che c’è in tutti i comparti della vita pubblica italiana. E’ una situazione di stallo molto difficile e la cultura italiana rappresenta molto bene questo spartiacque. Ci sono delle forze che si oppongono e cercano un’altra strada, ma sono scollegate e hanno poco spazio. C’è un senso di dolore, c’è qualcosa che non va in tutto questo. Siamo in un mondo che non ha più bisogno della pittura, perché la pittura non incide quasi per niente nel modo di essere, pensare o vedere. Questo non mi fa smettere, perché il mio lavoro è fatto di tanti pensieri, di storia culturale, politica, civile, ma c’è anche qualcosa di profondo che mi appartiene come individuo. “

Come nasce la tua ispirazione?
“Nasce dal rapporto che ho con il mondo; ho rappresentato la solitudine, il rapporto con la natura, il “teatro d’Italia”, ho fatto tutto quello che in fondo potevo incontrare e conoscere nei momenti di questo Paese. Ad esempio nel quadro che sto facendo (indicando una grande tela nel suo studio, ndr), sto rappresentando due uomini seduti su una spiaggia mentre c’è il mare in burrasca, come se non si accorgessero che non è più il momento di stare lì. I miei quadri, come in questo caso, hanno sempre rispecchiato il rapporto tra me e me stesso e tra me stesso e il resto delle cose.

E osservando la tela penso che potrà trasformarsi in qualcos’altro.

“Un po’ più in là della solitudine c’è la persona che ami”, scriveva Dino Buzzati, quanto le tue opere e la tua poetica cercano di guardare più in là della solitudine?

“Non ho mai pensato di usare un colore più scuro o più chiaro per descrivere un sentimento od una sensazione. Registravo nella pittura un racconto di solitudine o un momento di allegria, ma non ho mai avuto l’intenzione di farlo, scoprendolo che il quadro prendeva la sua forma definitiva. Ho sempre narrato e registrato qualcosa del mondo che mi sembrava giusto, non ho mai creato un quadro più nero per essere pessimista o più rosa per essere allegro.. Alle volte si è soli e occorre continuare la propria ricerca solitaria.

Su quali tinte si basa la tua tavolozza e quali rapporti tonali preferisci?

Cambio moltissimo i colori, i rapporti tonali sono conseguenti ai cambiamenti che opero sulla tela, una tela che lavoro tanto stravolgendo più volte i soggetti che ho in mente.”

“Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti assieme dietro ai vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.” Per me questa frase di Buzzati rappresenta la sintesi del tuo lavoro, sia per il cromatismo che ispira e sia per l’ambientazione. Cosa ci racconterai da domani in poi?

Un pittore della mia età sa benissimo che non arriverà a quel punto di conoscenza che sperava, perché la verità assoluta si insegue sempre e si ha continuamente l’impressione di toccarla. Mi interessa il viaggio, quel viaggio affrontato con diverse consapevolezze. Spero di non allontanarmi mai da quel che sono, continuare a raccogliere i segnali che vengono dalla vita e dal mondo. Ti posso dire che sono felice di quel che ho fatto e della mia vita che mi ha dato tanto e non la cambierei mai con nessun’altra. Cerco di essere fedele a questa storia lavorando fino al limite.. Voglio restare insieme a me, alla mia pittura e alla mia vita senza pensare se farò delle cose belle o meno belle e mi piacerebbe proprio finire dentro il mio lavoro.”

E mentre l’intervista termina Alberto Sughi ci mostra quante trasformazioni subisce un suo quadro.  Ci saluta con dolcezza per tuffarsi con la gioia di un ragazzo nella sua pittura, vissuta ancora ad 82 anni come una meravigliosa esigenza.

Manutenzione sito


12 lug

Cari amici,

come avrete potuto notare il sito non è accessibile in tutte le sue parti e funzionalità.
Stiamo provvedendo a risolvere il tutto e presto troverete tutti i contenuti e tutti gli articoli
sotto una nuova veste grafica.
Grazie per la consueta attenzione,
Massimiliano Coccia

L’impegno e la passione civile affidati alle giovani staffette partigiane del 2010


25 apr
di FRANCESCA FILIPPI

Sono le nuove staffette partigiane. Erano giovani ed ebbri di passione negli anni eroici della Resistenza. Ci sono giovani e con una forte passione civile anche oggi che i “vecchi” valorosi che combatterono il nazifascismo si assottigliano di numero per legge naturale. E loro sono pronti a raccoglierne il testimone per portare avanti, in tempo di pace, nuove battaglie. E’ così che la gloriosa Anpi si rigenera con ragazzi e ragazze che vi hanno aderito fin dalla più giovane età. Sono studenti, scrittori, insegnanti, attivi politicamente anche se alcuni preferiscono aderire solo all’Anpi piuttosto che avere in tasca la tessera di un qualsiasi partito. Silvia Pettini, 25 anni, ne aveva 21 quando nel 2006 decise di aderire all’Anpi. Oggi è segretaria della sezione “Martiri de La Storta” (60 iscritti), a ricordare il massacro commesso il 4 giugno 1944 dai nazisti in fuga da Roma in cui furono uccisi 12 italiani. «Nessuno in famiglia ha mai fatto politica – racconta Silvia, che insegna italiano agli studenti stranieri dell’Istituto tecnico industriale “Giovanni XXIII” di Tor Sapienza – Ho scelto io di impegnarmi in nome dell’antifascismo, perché i partiti hanno perso la memoria storica. Quando l’Anpi, 4 anni fa, ha modificato lo statuto aprendo di fatto le porte a chiunque sottoscriva di essere antifascista, mi sono detta che dovevo aderire per combattere rigurgiti di razzismo e xenofobia». Cosa significa sentirsi “partigiani” nel 2010? «Essere al fianco dei più deboli ed emarginati, extracomunitari e omosessuali – prosegue Silvia, che con gli anziani dell’Anpi organizza incontri nelle scuole medie romane – La Costituzione? Un baluardo della nostra democrazia, va modificata perché è cambiata anche la società, ma giù le mani dai princìpi fondamentali». Ha le idee chiare anche Nicolò Monti, 18 anni, iscritto all’Anpi dal 2007, studente del liceo scientifico Azzarita, una famiglia comunista alle spalle e un bisnonno rinchiuso a Regina Coeli 20 giorni dai gerarchi fascisti: «Per me tutto è cominciato leggendo i libri di storia, mi sono appassionato alle gesta di questi uomini. Alemanno? Ha ragione quando dice che il 25 aprile non è solo di una parte politica. Per la Resistenza combatterono anche partigiani bianchi, liberali, azionisti, cattolici e repubblicani. Ma proprio perché è il sindaco di tutta la città dovrebbe dichiararsi antifascista e prendere le distanze da Casa Pound e da altre associazioni…». Infine Massimiliano Coccia, 24 anni, scrittore e segretario della sezione “Enzo Biagi” di Testaccio (80 iscritti): «L’aver avuto un nonno deportato ha incoraggiato a soli 20 anni il mio ingresso nell’Anpi, che non ho mai vissuto come un luogo di anziani, anzi. Sentivo il bisogno di dare nuova linfa a questa famiglia, di fare la sentinella in difesa della Costituzione, di valori come libertà di espressione, democrazia e dialogo fra culture. Il fascismo? Non è più quello di 70 anni fa ma è tornato e fa paura».

Il respiro del paesaggio


23 apr

di Massimiliano Coccia, per leragioni.it

Nelle Sale della Pinacoteca della Reggia di Caserta dal 26 Marzo al 7 Maggio potrete assistere alla mostra antologica di Ettore de Conciliis, pittore avellinese, che propone ai visitatori un percorso che si snoda dal 1982 al 2010. 
De Conciliis è un artista che pone al centro della sua opera il paesaggio, non inteso semplicisticamente,  come un insieme di costanti naturalistiche ed architettoniche, ma come un estensione dei luoghi del proprio “io” e del proprio inconscio. 
Ogni riflesso e ogni inflessione della luce seguono interiormente dei leggeri e costanti flussi, flussi che si contaminano con la società circostante. Se si vuole dividere in maniera accademica la carriera di De Conciliis troviamo la prima parte ricca di arte sociale, con i murali e le opere di Land Art come il “Murale della Pace” nella chiesa di San Francesco ad Avellino o il memoriale di Portella della Ginestra, ricordo che cauterizza la ferita della strage operata dal bandito Giuliano il primo maggio del 1947, ma dividere le carriere è innaturale e così questa antologica ci mostra una intima universalità dell’arte, si parte dalla Valle del Tevere ritratta spesso dall’artista per arrivare a case abbandonate, a notturni pensanti, che solo una visione miope o viziata dalla forma, può pensare che siano scisse dall’osservazione sociale. E’ lo stesso mondo che ci racconta nei murali, visto da una prospettiva diversa, perché De Conciliis rimane fedele sia alla bellezza che agli oppressi, sia al colore che alla forma, sia alla realtà che al sogno. Ci si perde in molte tele, si perde quel contatto con la terra e si entra in un mondo intenso fatto di pace e sole, fatto di domeniche che scorrono sotto l’incessante e necessario passo della natura, che come una madre regola ogni sentimento ed ogni stagione.
I tratti e le pennellate di Ettore de Conciliis sono carezze che in maniera lieve accompagnano il colore, che accarezzano l’acqua e le foglie, fino a farle muovere sotto un vento fatto di piccole vibrazioni.  Si assapora il vento caldo che scivola sulle gote e sulla nostra esistenza, come a cullare le nostre storie.
L’antologica alla Reggia di Caserta ha il pregio di offrire allo spettatore una selezione accurata dei dipinti, una selezione molto importante che rimarrà sicuramente nel tempo e nella storia. 
E’ una mostra che ben dimostra che può esistere un altro modo di fare arte, un altro modo di viverla, lontano dalla ricerca dell’effetto strabiliante, un altro modo di essere arte contemporanea, magari un arte non urlata, un arte narrata che nasconde la propria bellezza come una donna semplice nasconde il proprio viso.

Reggia di Caserta – Sale della Pinacoteca 
Ettore de Conciliis – Opere 1982-2010

26 Marzo – 7 Maggio 2010

Le domeniche di silenzio e di memoria.


25 mar

Recensione di “Sia folgorante la fine” di Carla Verbano, con la collaborazione di Alessandro Capponi.
di Massimiliano Coccia (da Leragioni.it)

“Oggi è domenica. C’è così tanto silenzio, mi fa male, non mi ci abituo”, scrive Carla Verbano. Questa potrebbe essere la sintesi di “Sia folgorante la fine”, il libro che la mamma di Valerio ha scritto con Alessandro Capponi, perché questo libro sembra scritto proprio in quelle domeniche che le vittime del terrorismo conosco bene, dove tutto diventa enorme perché il dolore non ha neanche le attenuanti generiche dettate dal caos della città.

“Sia folgorante la fine” ci racconta di quel 22 febbraio del 1980, quando tre giovani armati e coperti da passamontagna entrarono in casa Verbano, a Monte Sacro, in via Monte Bianco, dicendo di essere amici di Valerio; armati con pistole e silenziatori, entrano nell’appartamento e immobilizzano Carla e Sardo Verbano. Valerio non è ancora tornato e Carla, come spesso racconta, spera che a Valerio capiti un piccolo incidente che gli permetta di non rientrare.
Ma circa un’ora dopo l’irruzione, Valerio rientra a casa e i tre giovani lo assalgono , nella colluttazione Valerio riesce anche disarmarne uno e mentre cerca di scappare verso il terrazzo della casa ma viene raggiunto da un colpo di pistola alla schiena, che gli perforerà l’intestino. Valerio non ce la farà e morirà nell’ambulanza. Si susseguiranno rivendicazioni, alcune assurde, dichiarazioni di pentiti. Certa sembra la natura dell’omicidio, Valerio stava raccogliendo tantissime informazioni sull’estrema destra romana e in particolar modo sui Nuclei Armati Rivoluzionari. Dopo trent’anni, dichiarazioni dei pentiti e con scambi incrociati di accuse, non abbiamo ancora un colpevole per la morte di Valerio.

Ma Carla nel libro ci racconta di Valerio, non solo del suo omicidio, ma ci restituisce il Valerio ragazzo che “faceva sega” a scuola, che parlava con il papà, che ascoltava musica. Quel Valerio così uguale e diverso al tempo stesso a centinaia di ragazzi degli anni ’70 che popolano la storia recente del nostro Paese. Valerio è una ferita aperta nella città, che sanguina ancora, che chiede ancora giustizia. E allora sembra di sentirla nell’orecchio Carla che ti racconta del suo dolore, sottovoce, delle sue giornate passate tra la voglia di verità e il restare al mondo perché dal mondo occorre esigere tutto, anche quello che nessuno vuole dire. E poi quella porta maledetta dove dietro ci sono i volti che uccideranno Valerio, quelle pause per far prendere respiro ad un cuore che in 84 anni ha battuto veloce troppe, tante volte.
Si respira l’aria di una casa sospesa nel tempo di uno sparo, ma si respira anche e soprattutto amore, amore per Valerio, amore per Sardo, il marito, conosciuto lungo una passeggiata sul Tevere, quando sul Tevere ci si poteva ancora innamorare senza essere fagocitati dalle bancarelle. E poi c’è la ricostruzione di quello che è stato, dell’omicidio di Valerio, fatto di nomi, mandanti, rivendicazioni che fanno male come un nuovo omicidio, la solitudine in cui le istituzioni hanno lasciato la famiglia Verbano, dal mancato saluto di Pertini alle Fosse Ardeatine rimasto come un groppo in gola ancora oggi al solo pensiero.
Carla ancora oggi cerca i mandanti e gli esecutori dell’omicidio del suo Valerio, che scriveva un dossier sulla destra eversiva romana, un dossier scomparso che potrebbe suggerire molte cose su quegli anni .
“Sia folgorante la fine” non è un libro celebrativo di un’epoca, è un libro che racconta con maestria narrativa e giornalistica una delle pagine più tristi della storia di Roma, non è una pubblicazione militante, di militante c’è la vita di Valerio che basta a rendere le pagine un inno agli ideali. Le righe sono dense di passione e di voglia di giustizia e verità, sono una lunga ballata che dovrebbe entrare nei libri di scuola per spiegare ai ragazzi di oggi, che si atteggiano a rivoluzionari da salotto, che la violenza porta solo ad altra violenza.
“Sia folgorante la fine” non è solo un libro su Valerio Verbano, ma è la storia di una famiglia come tante, una famiglia a cui nessuno a chiesto scusa.
Il volume è stato realizzato insieme ad Alessandro Capponi, un giovane e bravo giornalista de “Il Corriere della Sera”, che con la sua penna, accompagna in maniera energica e delicata, i fatti e la storia, senza mai ostruire il flusso di coscienza di Carla Verbano.
Il pregio di questo libro non è solo la scorrevolezza, ma anche e soprattutto l’essere un affresco totale su un epoca e su una generazione; tra le pagine infatti si incontrano nomi e fatti, che non rimangono mai lettera morta ma compongono un tassello del tutto.
“Sia folgorante la fine” è un libro importante, un libro necessario, uno di quei libri che rendono vero l’esercizio a volte asfittico della memoria.

“Sia folgorante la fine” sperando che il pool di magistrati che il Ministro Alfano ha promesso sugli anni di piombo ci dica la verità sulla morte di Valerio e dei tanti ragazzi caduti sotto il piombo di una stagione che ci appare lontana nel ricordo, ma che invade e pervade la nostra assurda contemporaneità.

Dove trovare “Polvere e luce”


23 mar

In molti scrivono su dove possono trovare “Polvere e luce”, e come promesso ecco una lista di librerie dove il libro è presente. Grazie a tutti per l’attenzione e buona lettura!

Mondadori:

Mondadori Duomo
(Piazza del Duomo, 1 – 20121 Milano)
Mondadori Marghera
(Via Marghera, 28 – 20149 Milano)
Mondadori Parco Leonardo
(Via Portuense, 2000 Km 21 – 00054 Fiumicino (RM)
Mondadori Cola di Rienzo
(Piazza Cola di Rienzo, 81/83 – 00192 Roma)
Mondadori Appia
(Via Appia Nuova, 130 – 00183 Roma)
Mondadori Lunghezza
(Via Collatina, 858 – 00155 Lunghezza (RM)
Mondadori Corso
(Via del Corso, 472 – 00186 Roma)

Feltrinelli Roma:
Feltrinelli Appia
(Via Appia Nuova)
Feltrinelli Libia
(Viale Libia, 186 – 00199 Roma (RM)
Feltrinelli Marconi
(Viale Marconi, 184/194 – 00146 Roma (RM)
Feltrinelli Giulio Cesare
(Viale Giulio Cesare, 88 – 00192 Roma)
Feltrinelli Argentina
(Largo Torre Argentina, 5a/11 – 00186 Roma)

Librerie Arion
www.arion.it

Varie:

Libreria Bettini di Cesena
(Via Vescovado, 5 – 47023 Cesena (FC)

Borri Books (Libreria Termini)
(Via Cosenza, 2/a – 00161 Roma)

Melbookstore Firenze
(Via De’ Cerretani, 16/R – 50123 Firenze)
Melbookstore Roma
(Via Nazionale, 254 – 00184 Roma)

“Roma, un giorno” finalista della III edizione del Tropea Film Festival.


08 giu

Il cortometraggio “Roma, un giorno” è tra i finalisti della III Edizione del Tropea Film Festival che si terrà ad Agosto nella splendida città calabrese. 
Dopo il Festival di Lione arriva una nuova importante vetrina per il cortometraggio diretto da Matteo Botrugno e scritto da Massimiliano Coccia.
Nell’arco dell’estate ci saranno inoltra molte proiezioni nelle arene estive di Roma e non solo.

Elezioni Europee 2009 – Con David Sassoli, Gianpiero Cioffredi e Goffredo Bettini.


08 giu

Il video della conferenza che ho moderato tenutasi presso il Teatro dell’Orologio con David Sassoli, Gianpiero Cioffredi e Goffredo Bettini. Una bella occasione per fare il punto sulle politiche culturali europee e sul futuro del settore. 

\”Teatro dell\’Orologio, conferenza sulla cultura e l\’Europa\”

Massimiliano Coccia

Scrittore in Roma