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Posts Tagged ‘Arte’

In un tratto corpo e bellezza.

lunedì, febbraio 14th, 2011

di Massimiliano Coccia (per www.flaneri.com)

L’arte contemporanea si sa è terreno impervio, ci si può imbattere nel nulla più totale o in cose che hanno veramente poco in comune con l’arte, rappresentazioni che relativizzano il concetto di corpo, di spazio, di materia. Esiste però tutta un’altra leva di giovani artisti, meno clamorosa, meno pubblicitaria che fa della sua arte un piccolo esempio, un mix tra innovazione e sperimentazione. Tra questi c’è Adele Ceraudo, cosentina trapiantata a Roma, che ha inaugurato a dicembre una bella mostra nella Quantum Leap Gallery al Rione Monti che durerà fino al 17 Febbraio. L’esposizione è composta da sedici opere in tutto, otto disegni a penna bic e otto quadri elaborati a partire dai disegni.

La ricerca di Adele, passa per il corpo, per il nudo, per le forme fisiche, sinuose e costanti, tutte tratteggiate con un sottile e preciso soffio di penna biro. Le opere avvolgono silenziosamente lo spettatore, che viene trascinato con forza in una dimensione intima, dove l’artista esplora territori sconosciuti anche a se stessa, rivelando particolari e geometriche introspezioni.C’è un percorso profondo in queste forme, che solo alle volte sfiorano la rappresentazione dei volti.Sono opere preziose quelle della Ceraudo, che hanno alle spalle un lavoro molto lungo dove il medium della fotografia si unisce al disegno e viceversa creando una sintesi alta tra tecnologia e manualità. Sarebbe troppo facile inscrivere l’artista nella cerchia dei disegnatori, perché il lavoro che svolge dopo aver disegnato è molto lungo; sceglie un particolare del corpo e lo amplifica, lo esaspera, trasportandolo sulla tela, facendo diventare un elemento nuovo nell’anatomia complessa del genere umano e poi con smalti e pitture, lo trasforma in opera d’arte contemporanea.
Adele Ceraudo sembra aver compreso che nella giungla contemporanea occorre trovare un punto di sintesi tra i vari aspetti dell’arte per creare un modello nuovo e innovativo, che travalichi le convenzioni e le mode estemporanee dettate dal mercato, dove si abbia sempre ben saldo il rigore intellettuale e la bellezza, che lei riesce a mantenere ben salda alle proprie opere con la leggerezza e la semplicità di un tratto.

Adele Ceraudo – Particolare Rivelato

Quantum Leap Gallery
Via Urbana, 122
Fino al 18 Febbraio 2011
Orari: 11.30-20.00

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Concorso Manifesto “Gastone. Storia di teatro, d’amore e di altre facezie”

sabato, febbraio 5th, 2011

Concorso per la realizzazione del manifesto che rappresenterà lo spettacolo teatrale “Gastone. Storia di teatro, d’amore e di altre facezie” di Massimiliano Coccia.
REGOLAMENTO DEL CONCORSO

Art. 1 – L’Associazione “Pensieri in arte” indice un concorso per la realizzazione del manifesto che rappresenterà lo spettacolo “Gastone. Storia di teatro, d’amore e di altre facezie” in programma dal 26 al 30 Aprile al Teatro dell’Orologio di Roma. Lo spettacolo è liberamente ispirato alla commedia scritta da Ettore Petrolini nel 1924.

Art. 2 – I partecipanti dovranno presentare i bozzetti (uno o più bozzetti) in formato digitale (.jpg in 300 DPI) entro e non oltre il 21 Febbraio 2011.

Art. 3 – Gli elaborati dovranno pervenire con le seguenti modalità:

-      il bozzetto non deve contenere riferimenti dell’autore (firma, nome, ecc.);

-      il bozzetto deve essere spedito via mail a: expostampa@gmail.com , vanno allegati alla mail un proprio curriculum vitae che sintetizzi il proprio percorso artistico, un foglio di accompagnamento al/ai bozzetto/i deve essere indicato nome e cognome del/degli autore/i, indirizzo postale, indirizzo e-mail e recapito telefonico;

Art. 4 – Il concorrente potrà usare tutte le forme, tecniche e colori che rappresentino al meglio lo spirito dello spettacolo e del teatro. Per la presentazione del bozzetto non è necessario inserire né il logo dell’associazione, né i nomi degli attori e del cast. I dati saranno poi aggiunti in collaborazione con il vincitore stesso, una volta selezionato il bozzetto vincente.

Art. 5 – I bozzetti possono essere realizzati da più di un autore;

Art. 6 – Il concorso è aperto a tutti e la partecipazione è gratuita

Art. 7 – L’ammissione delle opere e l’assegnazione dei premi saranno effettuate ad insindacabile giudizio del Consiglio Nazionale dell’Associazione, che designa i vincitori entro il mese di Febbraio 2011. (continua…)

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Invito al viaggio. Parole e colori di Alberto Sughi.

mercoledì, agosto 4th, 2010

di Massimiliano Coccia, in collaborazione con Martina Donati e Monica Neri

Nella quiete del suo studio ci ha accolto Alberto Sughi, pittore cesenate che con i suoi quadri ci racconta un frammento importante della nostra vita interiore e pubblica. Sughi ha il pregio di non essere un maestro bagnato dall’accademismo e dalla voglia di primeggiare. In maniera silente e composta ha portato avanti con dignità e bellezza il suo “viaggio”, il suo “cammino” all’interno dell’arte.
“Io non so bene se sia più rassicurante il luogo che abbiamo lasciato o quello in cui stiamo per arrivare. Il momento più bello di un viaggio è a metà strada, quando si è lontani da tutto”, scriveva il pittore in un suo catalogo, e cogliere l’essenza della sua ricerca e del suo andar lontano è il senso con cui è nata questa intervista, maturata sotto il caldo romano di luglio.
Ci si perde nello sguardo di Albero Sughi e nella forma delle sue mani, lievi e sottili, come se la pelle fosse carta velina. Sughi rappresenta molto per l’arte del nostro Paese, un’arte che si perde dietro futilità e ricerche inutili dimenticando il primato della pittura e della ricerca figurativa, proprio perché “quando si inizia a dipingere ci si accorge che siamo dentro un altro pasticcio, una storia molto più difficile, una storia che può essere anche affascinante. Le cose belle sono quelle in cui ti metti in gioco, quando ti accorgi che conosci il tuo limite però continui a fare il tuo viaggio verso la conoscenza. Non è importante arrivare al punto massimo della conoscenza, alla quale non si arriverà mai ma è il viaggio per arrivarci la cosa bella. Essere artisti è una cosa particolare, è molto diversa dall’essere normale.”

E’ un lavoro quindi duro, dagli aspetti molteplici quindi, un lavoro che è al tempo stesso un percorso di ricerca…

“Vedi è una vita lunga quella del pittore, la mia dura da quando avevo 15 anni, è una vita bella, non la cambierei con nessuna, perché non è una vita su prestazione. Bisogna però sempre stare attenti a capire cos’è questo percorso, perché  sarebbe brutto incamminarsi su questa strada non comprendendo cosa sia la pittura.”
E come possiamo non cadere in questo?
Dobbiamo saper riconoscere la passione vera ed alimentarla sempre , dobbiamo, quando dipingiamo o scriviamo, alimentare tutto con le cose vere e non con la moda, perché la moda ha un solo destino: essere superata. Vedo tanti ragazzi che seguono le mode e non si interrogano sul senso profondo di quel che fanno.
Essere persone per bene è la cosa più difficile ma è anche la cosa più affascinante”.
Com’èra la vita di Alberto Sughi ragazzo nell’Italia del dopoguerra?
“Quando sono venuto a Roma nel 1948  dormivamo sulle panchine, negli scantinati e la vita era povera. C’era stata la guerra e quindi dormire in posti del genere ci sembrava normale, non la sentivamo come una sofferenza come la potremmo avvertire oggi e quello che ci faceva andare avanti era la voglia di essere pittori, l’avere un pensiero diverso, perché c’era grande fermento, i pittori anziani parlavano ed avevamo tutti voglia di imparare e di farlo insieme. E’ stato ed è tutto molto bello perché la passione ha sempre illuminato il mio lavoro, anche nelle difficoltà.”
Come è mutata la percezione e l’importanza dell’arte nel nostro Paese nel corso degli anni ?
“Non è molto diversa da tutta la confusione che c’è in tutti i comparti della vita pubblica italiana. E’ una situazione di stallo molto difficile e la cultura italiana rappresenta molto bene questo spartiacque. Ci sono delle forze che si oppongono e cercano un’altra strada, ma sono scollegate e hanno poco spazio. C’è un senso di dolore, c’è qualcosa che non va in tutto questo. Siamo in un mondo che non ha più bisogno della pittura, perché la pittura non incide quasi per niente nel modo di essere, pensare o vedere. Questo non mi fa smettere, perché il mio lavoro è fatto di tanti pensieri, di storia culturale, politica, civile, ma c’è anche qualcosa di profondo che mi appartiene come individuo. “

Come nasce la tua ispirazione?
“Nasce dal rapporto che ho con il mondo; ho rappresentato la solitudine, il rapporto con la natura, il “teatro d’Italia”, ho fatto tutto quello che in fondo potevo incontrare e conoscere nei momenti di questo Paese. Ad esempio nel quadro che sto facendo (indicando una grande tela nel suo studio, ndr), sto rappresentando due uomini seduti su una spiaggia mentre c’è il mare in burrasca, come se non si accorgessero che non è più il momento di stare lì. I miei quadri, come in questo caso, hanno sempre rispecchiato il rapporto tra me e me stesso e tra me stesso e il resto delle cose.

E osservando la tela penso che potrà trasformarsi in qualcos’altro.

“Un po’ più in là della solitudine c’è la persona che ami”, scriveva Dino Buzzati, quanto le tue opere e la tua poetica cercano di guardare più in là della solitudine?

“Non ho mai pensato di usare un colore più scuro o più chiaro per descrivere un sentimento od una sensazione. Registravo nella pittura un racconto di solitudine o un momento di allegria, ma non ho mai avuto l’intenzione di farlo, scoprendolo che il quadro prendeva la sua forma definitiva. Ho sempre narrato e registrato qualcosa del mondo che mi sembrava giusto, non ho mai creato un quadro più nero per essere pessimista o più rosa per essere allegro.. Alle volte si è soli e occorre continuare la propria ricerca solitaria.

Su quali tinte si basa la tua tavolozza e quali rapporti tonali preferisci?

Cambio moltissimo i colori, i rapporti tonali sono conseguenti ai cambiamenti che opero sulla tela, una tela che lavoro tanto stravolgendo più volte i soggetti che ho in mente.”

“Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti assieme dietro ai vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.” Per me questa frase di Buzzati rappresenta la sintesi del tuo lavoro, sia per il cromatismo che ispira e sia per l’ambientazione. Cosa ci racconterai da domani in poi?

Un pittore della mia età sa benissimo che non arriverà a quel punto di conoscenza che sperava, perché la verità assoluta si insegue sempre e si ha continuamente l’impressione di toccarla. Mi interessa il viaggio, quel viaggio affrontato con diverse consapevolezze. Spero di non allontanarmi mai da quel che sono, continuare a raccogliere i segnali che vengono dalla vita e dal mondo. Ti posso dire che sono felice di quel che ho fatto e della mia vita che mi ha dato tanto e non la cambierei mai con nessun’altra. Cerco di essere fedele a questa storia lavorando fino al limite.. Voglio restare insieme a me, alla mia pittura e alla mia vita senza pensare se farò delle cose belle o meno belle e mi piacerebbe proprio finire dentro il mio lavoro.”

E mentre l’intervista termina Alberto Sughi ci mostra quante trasformazioni subisce un suo quadro.  Ci saluta con dolcezza per tuffarsi con la gioia di un ragazzo nella sua pittura, vissuta ancora ad 82 anni come una meravigliosa esigenza.

Nella quiete del suo studio ci ha accolto Alberto Sughi, pittore cesenate che con i suoi quadri ci racconta un frammento importante della nostra vita interiore e pubblica. Sughi ha il pregio di non essere un maestro bagnato dall’accademismo e dalla voglia di primeggiare. In maniera silente e composta ha portato avanti con dignità e bellezza il suo “viaggio”, il suo “cammino” all’interno dell’arte.
“Io non so bene se sia più rassicurante il luogo che abbiamo lasciato o quello in cui stiamo per arrivare. Il momento più bello di un viaggio è a metà strada, quando si è lontani da tutto”, scriveva il pittore in un suo catalogo, e cogliere l’essenza della sua ricerca e del suo andar lontano è il senso con cui è nata questa intervista, maturata sotto il caldo romano di luglio.
Ci si perde nello sguardo di Albero Sughi e nella forma delle sue mani, lievi e sottili, come se la pelle fosse carta velina. Sughi rappresenta molto per l’arte del nostro Paese, un’arte che si perde dietro futilità e ricerche inutili dimenticando il primato della pittura e della ricerca figurativa, proprio perché “quando si inizia a dipingere ci si accorge che siamo dentro un altro pasticcio, una storia molto più difficile, una storia che può essere anche affascinante. Le cose belle sono quelle in cui ti metti in gioco, quando ti accorgi che conosci il tuo limite però continui a fare il tuo viaggio verso la conoscenza. Non è importante arrivare al punto massimo della conoscenza, alla quale non si arriverà mai ma è il viaggio per arrivarci la cosa bella. Essere artisti è una cosa particolare, è molto diversa dall’essere normale.”
E’ un lavoro quindi duro, dagli aspetti molteplici quindi, un lavoro che è al tempo stesso un percorso di ricerca…
“Vedi è una vita lunga quella del pittore, la mia dura da quando avevo 15 anni, è una vita bella, non la cambierei con nessuna, perché non è una vita su prestazione. Bisogna però sempre stare attenti a capire cos’è questo percorso, perché  sarebbe brutto incamminarsi su questa strada non comprendendo cosa sia la pittura.”
E come possiamo non cadere in questo?
Dobbiamo saper riconoscere la passione vera ed alimentarla sempre , dobbiamo, quando dipingiamo o scriviamo, alimentare tutto con le cose vere e non con la moda, perché la moda ha un solo destino: essere superata. Vedo tanti ragazzi che seguono le mode e non si interrogano sul senso profondo di quel che fanno.
Essere persone per bene è la cosa più difficile ma è anche la cosa più affascinante”.
Com’èra la vita di Alberto Sughi ragazzo nell’Italia del dopoguerra?
“Quando sono venuto a Roma nel 1948  dormivamo sulle panchine, negli scantinati e la vita era povera. C’era stata la guerra e quindi dormire in posti del genere ci sembrava normale, non la sentivamo come una sofferenza come la potremmo avvertire oggi e quello che ci faceva andare avanti era la voglia di essere pittori, l’avere un pensiero diverso, perché c’era grande fermento, i pittori anziani parlavano ed avevamo tutti voglia di imparare e di farlo insieme. E’ stato ed è tutto molto bello perché la passione ha sempre illuminato il mio lavoro, anche nelle difficoltà.”
Come è mutata la percezione e l’importanza dell’arte nel nostro Paese nel corso degli anni ?
“Non è molto diversa da tutta la confusione che c’è in tutti i comparti della vita pubblica italiana. E’ una situazione di stallo molto difficile e la cultura italiana rappresenta molto bene questo spartiacque. Ci sono delle forze che si oppongono e cercano un’altra strada, ma sono scollegate e hanno poco spazio. C’è un senso di dolore, c’è qualcosa che non va in tutto questo. Siamo in un mondo che non ha più bisogno della pittura, perché la pittura non incide quasi per niente nel modo di essere, pensare o vedere. Questo non mi fa smettere, perché il mio lavoro è fatto di tanti pensieri, di storia culturale, politica, civile, ma c’è anche qualcosa di profondo che mi appartiene come individuo. “

Come nasce la tua ispirazione?
“Nasce dal rapporto che ho con il mondo; ho rappresentato la solitudine, il rapporto con la natura, il “teatro d’Italia”, ho fatto tutto quello che in fondo potevo incontrare e conoscere nei momenti di questo Paese. Ad esempio nel quadro che sto facendo (indicando una grande tela nel suo studio, ndr), sto rappresentando due uomini seduti su una spiaggia mentre c’è il mare in burrasca, come se non si accorgessero che non è più il momento di stare lì. I miei quadri, come in questo caso, hanno sempre rispecchiato il rapporto tra me e me stesso e tra me stesso e il resto delle cose.

E osservando la tela penso che potrà trasformarsi in qualcos’altro.

“Un po’ più in là della solitudine c’è la persona che ami”, scriveva Dino Buzzati, quanto le tue opere e la tua poetica cercano di guardare più in là della solitudine?

“Non ho mai pensato di usare un colore più scuro o più chiaro per descrivere un sentimento od una sensazione. Registravo nella pittura un racconto di solitudine o un momento di allegria, ma non ho mai avuto l’intenzione di farlo, scoprendolo che il quadro prendeva la sua forma definitiva. Ho sempre narrato e registrato qualcosa del mondo che mi sembrava giusto, non ho mai creato un quadro più nero per essere pessimista o più rosa per essere allegro.. Alle volte si è soli e occorre continuare la propria ricerca solitaria.

Su quali tinte si basa la tua tavolozza e quali rapporti tonali preferisci?

Cambio moltissimo i colori, i rapporti tonali sono conseguenti ai cambiamenti che opero sulla tela, una tela che lavoro tanto stravolgendo più volte i soggetti che ho in mente.”

“Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti assieme dietro ai vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.” Per me questa frase di Buzzati rappresenta la sintesi del tuo lavoro, sia per il cromatismo che ispira e sia per l’ambientazione. Cosa ci racconterai da domani in poi?

Un pittore della mia età sa benissimo che non arriverà a quel punto di conoscenza che sperava, perché la verità assoluta si insegue sempre e si ha continuamente l’impressione di toccarla. Mi interessa il viaggio, quel viaggio affrontato con diverse consapevolezze. Spero di non allontanarmi mai da quel che sono, continuare a raccogliere i segnali che vengono dalla vita e dal mondo. Ti posso dire che sono felice di quel che ho fatto e della mia vita che mi ha dato tanto e non la cambierei mai con nessun’altra. Cerco di essere fedele a questa storia lavorando fino al limite.. Voglio restare insieme a me, alla mia pittura e alla mia vita senza pensare se farò delle cose belle o meno belle e mi piacerebbe proprio finire dentro il mio lavoro.”

E mentre l’intervista termina Alberto Sughi ci mostra quante trasformazioni subisce un suo quadro.  Ci saluta con dolcezza per tuffarsi con la gioia di un ragazzo nella sua pittura, vissuta ancora ad 82 anni come una meravigliosa esigenza.

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