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Archive for the ‘Articoli’ Category

La bellezza della linea: incontro con la pittura di Sandro Trotti

venerdì, marzo 18th, 2011

Di Massimiliano Coccia e Martina Donati
(per Flanerì – www.flaneri.com )

La cifra stilistica di Alessandro Trotti è articolata e composta da varie fasi che spaziano dall’astrattismo, con la creazione dei “crates”, simbolismo che vede l’unione di punti, linee geometriche e piani, fino ad arrivare ai nudi. L’arte di Trotti è un’arte in cammino che cresce e vive in molti luoghi, dall’intimità del suo studio, alle vedute di Roma fino ad arrivare ai suoi viaggi in Cina, dove in questi giorni inizierà un percorso trimestrale di insegnamento presso l’Università del Canton. Trotti è un artista semplice, ma non semplicista, vive di problematicità irrisolte e di voglia di rappresentare il presente  e la memoria con il magma materico dei suoi quadri, che come il magma lavico, è simbolo di ciò che in passato è stata la sua arte. Abbiamo incontrato Sandro Trotti, nella sua casa adibita a studio, negli ultimi giorni della sua permanenza romana.

Sandro Trotti, com’è cominciato il suo percorso nell’arte e nella pittura?
Ho sempre disegnato fin da quando ero bambino, i miei amici quando passavano mi trovavano intento a disegnare, a dipingere. Mia madre quando qualcuno chiedeva di me diceva sempre: “Sandro è su a “rognecare, sta à dipinge, sta à fa i pupazzi”. I miei professori poi dopo le scuole medie dissero a mio padre che avevo molto talento, talento che andava coltivato e perciò consigliarono di iscrivermi al Liceo Artistico, ma lui rispose: “A me serve un altro muratore”, visto che anche i miei fratelli erano muratori e  in casa servivano altre due braccia. Ho provato per una settimana a farlo e dopo ho detto: “io questo non lo farò mai”. A 15 anni sono venuto a Roma, con tante difficoltà ma con in testa un’idea molto chiara: non avrei mai fatto il muratore, anche se questo significava disubbidire a mio padre. Questo episodio lo raccontai anche quando esposi al Museo Nazionale di Cina e colpì molto la platea perché in Cina disubbidire al padre è una cosa molto grave, però continuai dicendo: “che se mio padre fosse qui sarebbe certamente soddisfatto di me, uscirebbe dalla tomba, mi verrebbe ad abbracciare e perdonerebbe la mia disubbidienza”. Quando dipingo penso spesso che i pittori hanno tanti nemici e i nemici sono i quadri sbagliati che si fanno, e ogni volta che riguardo i miei quadri sbagliati penso a mio padre e al fatto che forse era meglio se avessi intrapreso la carriera di muratore.

“Nella pittura non si può fare tutto: bisogna fare l’essenziale” cos’è l’essenziale per lei?
L’essenziale è tutto l’opposto di quello che farebbe un falsario. Il falsario crea il quadro un po’ meglio di quello che fa il pittore, ci mette quel tantino di accattivante per piacere. Un pittore non fa le cose per farle piacere, un pittore fa l’essenziale, se è necessario un occhio solo fa un occhio solo.

Osservando le sue opere, ho notato, che i suoi colori, le scale tonali, le linee, le forme, parlano la lingua della memoria, sono intrise della bellezza del “dopo”, dell’osservazione distante. Quanto è importante la conservazione della memoria nella sua opera?
Quando si lavora per tanti anni si attraversano anche molte fasi, molti periodi: ho avuto la fase astratta, quando facevo gli assi cartesiani, i “crates”, però poi andando avanti si esauriscono le idee. Alle volte penso che è il quadro che fa il pittore e non viceversa perché esistono anche dei quadri che vengono fatti perché è il quadro che ti trasporta. Nel mio ritorno al figurativo c’è questa memoria che tu dici, questo ricordo di questo magma materico, queste smagliature, questi strappi, queste incertezze, che mi portavo dietro e che metti in armonia con una nuova visione, anche con gli elementi di contaminazione. Personalmente tornai al figurativo con i nudi bianchi, chiusi con i “crates” intorno al 1970 . Avevo azzerato il colore, avevo recuperato la purezza. Oggi ho aggiunto nuovamente il colore, le smagliature dei “crates”. Il pittore è libero di andare e tornare. Penso che se un pittore vale 7 o vale 8, non cambia il suo valore se dipinge in un modo piuttosto che in un altro. Un pittore vero non sa mai come si fa un quadro, ogni volta che ha davanti una tela bianca non sa mai cosa farci.

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“Un premio come un impegno”

venerdì, marzo 11th, 2011

articolo di Massimiliano Coccia (per Flanerì)

Si è conclusa la prima edizione del Premio “MONTEVERDE PASOLINI” – “Le ragioni dei sogni, le visioni della realtà – Premio per la cultura, le arti, l’informazione e il sociale” svoltasi al Teatro Vascello il 5 Marzo, anniversario della nascita dell’intellettuale e poeta bolognese. Nei giorni immediatamente precedenti all’evento, mi sono spesso chiesto “il perché” di questo premio, se stessimo facendo la cosa giusta o se non saremmo caduti anche noi nella retorica celebrativa della brava gente che si oppone alla cattiva gente, in un momento convulso per tutto il Paese.

Ho cercato di darmi una risposta e la risposta invece è arrivata da sola, mentre in tv passavano “Il più crudele dei giorni”, il film che racconta di Ilaria Alpi e Mirian Hrovatin, improvvisamente ho pensato che il Premio fosse qualcosa di urgente e di necessario, qualcosa che ci unisca, che non ci faccia sentire soli nelle nostre diverse missioni quotidiane. Così come Ilaria Alpi leggeva nei drammatici giorni somali Pasolini, cercando vita e verità in quelle parole scritta qualche decennio prima, in tanti tra i premiati ho pensato che incarnassero proprio quella volontà, quella voglia di arrivare alla verità senza chiedere niente in cambio, quella voglia urgente di incarnare un altro modo di fare le cose.

Dopo la premiazione penso che sia proprio questo il dato ultimo che rende tutti noi felici e soddisfatti delle oltre 500 persone vere che in una mattinata di marzo hanno riempito un teatro, delle parole dei tanti premiati dagli ideatori del calcio sociale ad Antonio Rezza, passando per Aureliano Amadei e Ottavia Monicelli, fino ad arrivare a Riccardo Iacona, Massimo Rendina e Sofia Sabatino. (continua…)

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In un tratto corpo e bellezza.

lunedì, febbraio 14th, 2011

di Massimiliano Coccia (per www.flaneri.com)

L’arte contemporanea si sa è terreno impervio, ci si può imbattere nel nulla più totale o in cose che hanno veramente poco in comune con l’arte, rappresentazioni che relativizzano il concetto di corpo, di spazio, di materia. Esiste però tutta un’altra leva di giovani artisti, meno clamorosa, meno pubblicitaria che fa della sua arte un piccolo esempio, un mix tra innovazione e sperimentazione. Tra questi c’è Adele Ceraudo, cosentina trapiantata a Roma, che ha inaugurato a dicembre una bella mostra nella Quantum Leap Gallery al Rione Monti che durerà fino al 17 Febbraio. L’esposizione è composta da sedici opere in tutto, otto disegni a penna bic e otto quadri elaborati a partire dai disegni.

La ricerca di Adele, passa per il corpo, per il nudo, per le forme fisiche, sinuose e costanti, tutte tratteggiate con un sottile e preciso soffio di penna biro. Le opere avvolgono silenziosamente lo spettatore, che viene trascinato con forza in una dimensione intima, dove l’artista esplora territori sconosciuti anche a se stessa, rivelando particolari e geometriche introspezioni.C’è un percorso profondo in queste forme, che solo alle volte sfiorano la rappresentazione dei volti.Sono opere preziose quelle della Ceraudo, che hanno alle spalle un lavoro molto lungo dove il medium della fotografia si unisce al disegno e viceversa creando una sintesi alta tra tecnologia e manualità. Sarebbe troppo facile inscrivere l’artista nella cerchia dei disegnatori, perché il lavoro che svolge dopo aver disegnato è molto lungo; sceglie un particolare del corpo e lo amplifica, lo esaspera, trasportandolo sulla tela, facendo diventare un elemento nuovo nell’anatomia complessa del genere umano e poi con smalti e pitture, lo trasforma in opera d’arte contemporanea.
Adele Ceraudo sembra aver compreso che nella giungla contemporanea occorre trovare un punto di sintesi tra i vari aspetti dell’arte per creare un modello nuovo e innovativo, che travalichi le convenzioni e le mode estemporanee dettate dal mercato, dove si abbia sempre ben saldo il rigore intellettuale e la bellezza, che lei riesce a mantenere ben salda alle proprie opere con la leggerezza e la semplicità di un tratto.

Adele Ceraudo – Particolare Rivelato

Quantum Leap Gallery
Via Urbana, 122
Fino al 18 Febbraio 2011
Orari: 11.30-20.00

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“Paz e Pert”. E l’Italia che fu.

mercoledì, febbraio 9th, 2011

articolo di Massimiliano Coccia (per Flanerì – www.flaneri.com)

Gli anni ’80 me li ricordo di sfuggita perché ci sono nato proprio nel mezzo, ricordo pomeriggi e mattine passate tra la mia stanza e il corridoio. Ho in mente una luce finta, simile a quella dei vecchi filmati in super 8, una luce troppo gialla per essere vera. I Mondiali di Spagna erano finiti da un po’, lo scudetto della Roma era ormai passato e rimanevano solamente i rimpianti per la Coppa dei Campioni persa ai rigori. Mentre io imparavo a camminare e a parlare, c’erano due personaggi singolari che passeggiavano sulle vie della storia del nostro Paese: Sandro Pertini e Andrea Pazienza. Il primo fu Presidente della Repubblica e il secondo è stato la mente più originale e irriverente della satira italiana. Cosa li accomunava? Difficile dirlo, forse lo stesso sentimento d’amore per le cose, la semplicità di vivere in un Paese complesso come l’Italia e la stima reciproca. Pertini era un uomo spigoloso, ruvido, che aveva ben chiaro cosa significassero l’onestà, il coraggio, l’amore, un uomo che non si mai risparmiato per l’Italia. Andrea Pazienza “conteneva una moltitudine” ,vedeva il mondo con la passione e il disincanto di un bambino e proprio con il candore di un bambino che creò il personaggio di “Pert” un partigiano che gironzolando per l’Italia insieme a Paz si imbatteva in avventure, battaglie, esplosioni, mostri, nazisti. Un partigiano dal cuore di bambino Pert, che rimbrotta continuamente Paz, reo di compiere degli errori strategici enormi. C’è un rapporto tenero e bellissimo tra i due “pupazzetti” che sembrano un nonno e un nipote alle prese con una guerra dura, ma che quella durezza sanno declinarla in positività.

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Niente trucchi da quattro soldi

venerdì, febbraio 4th, 2011

articolo di Massimiliano Coccia (per www.flaneri.com)

Diffido sempre delle seguenti categorie librarie: i libri di cucina, i manuali di scrittura creativa e i volumi intitolati “Come smettere di fumare” seguita da accezioni tipo “mentre si è in vacanza”, “mentre il pupo dorme”, “mentre tua nonna fa il punto croce”. Sono libri presuntuosi, che offrono soluzioni salvifiche a problemi immani. I peggiori certamente sono i “come scrivere bene”, in cui nello stesso zibaldone troviamo sia la formula magica su come comporre una lettera (in cui ovviamente c’è un paragrafo dedicato al significato della parola “egregio”) che le dieci regole auree per stendere un romanzo “formidabile”.

Paragonabili ai libricini contenenti i “Centro aforismi più dolci della storia”, questi libri da sempre hanno avuto il mio disprezzo.
Non appartiene a questa schiera “Niente trucchi da quattro soldi – Consigli per scrivere onestamente” di Raymond Carver (Minimun Fax), che invece fa parte a mio avviso dei libri necessari. Il poeta statunitense ci accompagna in un viaggio tra pratiche letterarie e parole di cui non possiamo fare a meno. La disciplina dello scrivere, la necessità di avvalersi di una sincera ritualità nelle cose, la calma di cui ogni scrittore necessita sono solo alcune delle brevi note che Carver ci sussurra tra le righe.
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Lettera a Bondi

venerdì, febbraio 4th, 2011

Caro  Sandro,

ti scrivo così mi distraggo un po’ e visto che fa molto freddo più forte ti scriverò.
L’anno vecchio sta finendo e c’è una grossa novità, forse ti sfiduciano.
Non siedo in Parlamento e quindi non potrò votare a favore della tua sfiducia, che bada bene non ha niente di personale, anzi. Credo che tu rappresenti solo quello che vediamo, un uomo che ha scelto da che parte stare per il potere e non per vocazione o per idea. Hai scritto ai dirigenti del PD, intitolando la missiva con “cari compagni”. Ecco ti inviterei a non farlo, perché per noi le parole sono ancora importanti. Per noi compagno significa molte cose che vanno anche oltre il colore politico.
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Caro Mario, qui è sempre come se fosse “antani”

venerdì, febbraio 4th, 2011

di Massimiliano Coccia (leragioni.it)

Molto si è detto sulla morte di Mario Monicelli, forse anche troppo, perché mentre la nascita di una persona famosa rimane un atto intimo, la morte diventa un evento collettivo.
Credo che Mario Monicelli amasse moltissimo la vita, in tutte le sue accezioni, dall’amore privato a quello per il suo lavoro,  cercare di far diventare Monicelli emblema, simbolo o battaglia della “dolce morte” è eticamente sbagliato, perché il suo gesto è bagnato da una consapevolezza e da una segreta volontà incredibile. Ci vuole coraggio per vivere e Mario Monicelli ha sempre avuto coraggio, anche quando trovò il corpo di suo padre suicida in bagno nel lontano 1946. Ci vuole coraggio anche per morire, per determinare che il proprio percorso di vita a 95 anni, con una malattia terminale in corso sia finito. Monicelli fuggiva dalla retorica così come dagli infermieri, dalle badanti, dai brodini. Non ci vuole molto per capirlo, occorre solo valutare ed analizzare le tante interviste che si trovano in rete. E allora basta. Basta parlare di quel volo dal quinto piano, basta far parlare Paola Binetti e Rita Bernardini, perché Vincent van Gogh, Virginia Woolf, Cesare Pavese, Jules Pascin, Robert Erwin Howard, Mark Rothko, Jack London, Ernest Hemingway, Ernst Ludwig Kirchner, Primo Levi, Francesco Borromini, Alfred Jarry, Vladimir Maiakovski, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Walter Benjamin, Nicolas de Staël, Max Haufler, Emilio Salgari, Arshile Gork, sono morti togliendosi la vita ma almeno gli è stato risparmiato il logoro dibattito sul fatto che sarebbero potuti diventare un esempio di morte. (continua…)

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Vado via o resto a Roma?

venerdì, febbraio 4th, 2011

di Massimiliano Coccia (per leragioni.it)


Vado via perché dal 2008 Roma è governata male da Gianni Alemanno.
Vado via perché a Roma non esiste un’idea complessiva di cultura.
Vado via perché a Roma c’è traffico anche alle 2.30 di notte. Vado via perché mi vergogno di vedere la mia città piegata al volere della Lega Nord.
Vado via perché a Roma se non sei amico del fratello del cugino dell’amante dell’onorevole non riesci neanche a uscire di casa.
Vado via perché a Roma non c’è più la Notte Bianca.
Vado via perché se resto devo pagare il Grande Raccordo Anulare.
Vado via perché non potrò mai entrare all’Atac, visto che non sono una cubista, non ho parenti importanti e non sono un portavoti.
Vado via perché a Roma i campi rom sono stati sgomberati con modalità agghiaccianti. Vado via perché non voglio vedere il Gran Premio di Formula 1 all’Eur.
Vado via perché se aspetto che Alemanno finisce le metropolitane divento vecchio. Vado via perché non esiste più un’idea di città solidale.
Vado via perché i palazzinari contano sempre di più e i giovani sempre meno. (continua…)

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Guardando il mondo con gli occhi di Piero

venerdì, febbraio 4th, 2011

di Massimiliano Coccia (per leragioni.it)

Il 23 Novembre saranno passati trentacinque anni dall’uccisione dello studente romano Piero Bruno, militante del collettivo studentesco dell’Istituto Tecnico Armellini di Roma e di Lotta Continua. Tutto avvenne nel 1975, in un tragico novembre, segnato da un altro assassinio quello di Pierpaolo Pasolini. La storia di Piero Bruno, segna un momento di particolare cesura nella storia della città e dei movimenti studenteschi, da lì a poco si scioglierà Lotta Continua, lanciando schegge di militanza nel terrorismo rosso, nell’autonomia e nella rassegnazione.

La morte di Piero Bruno diviene quindi anche simbolo di una morte ideale, della chiusura di una stagione politica importante per tanti .
Questa storia scorre nelle cavità del sottosuolo romano, come l’acqua, questa storia scava la roccia e cristallizza memorie.
Il 22 Novembre 1975 intorno alle ore 17.30 una quindicina di ragazzi che si staccano dal corteo che chiede il riconoscimento della Repubblica Popolare d’Angola, si dirigono verso l’ambasciata dello Zaire, stato accusato di prestare il fianco alle truppe antirivoluzionarie che impedivano la liberazione totale del Paese appoggiando l’idea di una giunta militare,  è buio, fa freddo, ad aspettare i ragazzi, tutti sui vent’anni o poco più, c’è un battaglione dei carabinieri, che dopo aver urlato: “Eccoli! Eccoli”, accoglie il gruppo con una pioggia di piombo. (continua…)

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“Io e te”

venerdì, febbraio 4th, 2011

di Massimiliano Coccia (per leragioni.it)

Ci sono libri che sono come nuvole, ci sono storie che entrano nel DNA, sfidando la composizione del nostro “io” con la semplicità, capita per questo romanzo breve di Niccolò Ammanniti, “Io e te”(edizioni Einaudi Stile Libero), capita leggendo con passione i pensieri di Lorenzo, il protagonista, un quattordicenne diverso, intimista, delicato, che sceglie la clausura di una cantina per far diventare una bugia, un desiderio recondito: la solitudine. Le sue nevrosi diventano poesia dell’isolamento tra scatolette di tonno, merendine, Coca-Cola videogames e gli abiti vecchi della precedente proprietaria.
All’interno della cantina improvvisamente arriva Olivia, bella, di una bellezza struggente e malinconica e la vita di Lorenzo cambia, ritrovando un pezzo di sé.
Scritto magistralmente, con il solito ritmo di Ammaniti, il libro fa della brevità una meravigliosa virtù e restituisce al lettore dei pezzetti di animo lacerati e incerti, queste pagine scavano tra conflitti e verità, con intima bellezza.

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