Di Massimiliano Coccia e Martina Donati
(per Flanerì – www.flaneri.com )
La cifra stilistica di Alessandro Trotti è articolata e composta da varie fasi che spaziano dall’astrattismo, con la creazione dei “crates”, simbolismo che vede l’unione di punti, linee geometriche e piani, fino ad arrivare ai nudi. L’arte di Trotti è un’arte in cammino che cresce e vive in molti luoghi, dall’intimità del suo studio, alle vedute di Roma fino ad arrivare ai suoi viaggi in Cina, dove in questi giorni inizierà un percorso trimestrale di insegnamento presso l’Università del Canton. Trotti è un artista semplice, ma non semplicista, vive di problematicità irrisolte e di voglia di rappresentare il presente e la memoria con il magma materico dei suoi quadri, che come il magma lavico, è simbolo di ciò che in passato è stata la sua arte. Abbiamo incontrato Sandro Trotti, nella sua casa adibita a studio, negli ultimi giorni della sua permanenza romana.
Sandro Trotti, com’è cominciato il suo percorso nell’arte e nella pittura?
Ho sempre disegnato fin da quando ero bambino, i miei amici quando passavano mi trovavano intento a disegnare, a dipingere. Mia madre quando qualcuno chiedeva di me diceva sempre: “Sandro è su a “rognecare, sta à dipinge, sta à fa i pupazzi”. I miei professori poi dopo le scuole medie dissero a mio padre che avevo molto talento, talento che andava coltivato e perciò consigliarono di iscrivermi al Liceo Artistico, ma lui rispose: “A me serve un altro muratore”, visto che anche i miei fratelli erano muratori e in casa servivano altre due braccia. Ho provato per una settimana a farlo e dopo ho detto: “io questo non lo farò mai”. A 15 anni sono venuto a Roma, con tante difficoltà ma con in testa un’idea molto chiara: non avrei mai fatto il muratore, anche se questo significava disubbidire a mio padre. Questo episodio lo raccontai anche quando esposi al Museo Nazionale di Cina e colpì molto la platea perché in Cina disubbidire al padre è una cosa molto grave, però continuai dicendo: “che se mio padre fosse qui sarebbe certamente soddisfatto di me, uscirebbe dalla tomba, mi verrebbe ad abbracciare e perdonerebbe la mia disubbidienza”. Quando dipingo penso spesso che i pittori hanno tanti nemici e i nemici sono i quadri sbagliati che si fanno, e ogni volta che riguardo i miei quadri sbagliati penso a mio padre e al fatto che forse era meglio se avessi intrapreso la carriera di muratore.
“Nella pittura non si può fare tutto: bisogna fare l’essenziale” cos’è l’essenziale per lei?
L’essenziale è tutto l’opposto di quello che farebbe un falsario. Il falsario crea il quadro un po’ meglio di quello che fa il pittore, ci mette quel tantino di accattivante per piacere. Un pittore non fa le cose per farle piacere, un pittore fa l’essenziale, se è necessario un occhio solo fa un occhio solo.
Osservando le sue opere, ho notato, che i suoi colori, le scale tonali, le linee, le forme, parlano la lingua della memoria, sono intrise della bellezza del “dopo”, dell’osservazione distante. Quanto è importante la conservazione della memoria nella sua opera?
Quando si lavora per tanti anni si attraversano anche molte fasi, molti periodi: ho avuto la fase astratta, quando facevo gli assi cartesiani, i “crates”, però poi andando avanti si esauriscono le idee. Alle volte penso che è il quadro che fa il pittore e non viceversa perché esistono anche dei quadri che vengono fatti perché è il quadro che ti trasporta. Nel mio ritorno al figurativo c’è questa memoria che tu dici, questo ricordo di questo magma materico, queste smagliature, questi strappi, queste incertezze, che mi portavo dietro e che metti in armonia con una nuova visione, anche con gli elementi di contaminazione. Personalmente tornai al figurativo con i nudi bianchi, chiusi con i “crates” intorno al 1970 . Avevo azzerato il colore, avevo recuperato la purezza. Oggi ho aggiunto nuovamente il colore, le smagliature dei “crates”. Il pittore è libero di andare e tornare. Penso che se un pittore vale 7 o vale 8, non cambia il suo valore se dipinge in un modo piuttosto che in un altro. Un pittore vero non sa mai come si fa un quadro, ogni volta che ha davanti una tela bianca non sa mai cosa farci.
(continua…)