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	<title>Massimiliano Coccia</title>
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	<description>Scrittore in Roma</description>
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		<title>Perdere un occhio nella notte dei mondiali. Intervista a Nicola Tanno</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 20:39:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Massimiliano Coccia per leragioni.it
Intervista a Nicola Tanno, 24 anni, studente. “È molto dura. Tento di avere un approccio estremamente positivo e di non cadere in depressione ma è molto difficile svegliarsi la mattina sapendo che manca un occhio. Tieni conto che sono stato colpito e operato anche alla testa e la cosa è stata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Massimiliano Coccia per leragioni.it</p>
<p>Intervista a Nicola Tanno, 24 anni, studente. “È molto dura. Tento di avere un approccio estremamente positivo e di non cadere in depressione ma è molto difficile svegliarsi la mattina sapendo che manca un occhio. Tieni conto che sono stato colpito e operato anche alla testa e la cosa è stata vissuta molto duramente da tutti”</p>
<p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/09/tanno.jpg"><img title="tanno" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/09/tanno.jpg" alt="" width="266" height="248" /></a>Come scriveva Calvino “la vita d’una persona consiste in un insieme d’avvenimenti di cui l’ultimo potrebbe anche cambiare il senso di tutto l’insieme” e l’ultimo evento capitato nella vita di Nicola Tanno, giovane studente molisano che vive a Barcellona, ne ha certamente modificato il percorso, ma non l’insieme. Camminare e festeggiare a Barcellona il mondiale appena vinto dalla Spagna gli è costato un occhio, perché la pratica delle pallottole di gomma che vagano e amputano le vite è una prassi assodata in tantissimi Paesi che a guardarli da fuori sembrano più civili del nostro.  Perdere un occhio è una cosa tremenda, perderlo mentre si è in strada per filmare persone che gioiscono fa partire una spirale di pensieri e idee. Se la palla di Snejder fosse entrata, se l’Olanda avesse fatto piangere di dolore la Spagna anziché di gioia, se un ritardo, se un invito improvviso avesse distolto dall’esultanza, se quel poliziotto avesse sparato in aria, se la violenza nelle piazze non lasciasse ancora drammaticamente il passo a centinaia di notizie che annotiamo. Ma la storia non si fa con i se e con le spirali, ma con i fatti, fatti che Nicola ci racconta in questa intervista.</p>
<p>Nella notte tra l’11 e il 12 Luglio mentre eri in strada a Barcellona a filmare la vittoria della Spagna ai Mondiali, sei stato centrato ad un occhio da un proiettile di gomma sparato dai Mossos d’Esquadra, il corpo autonomo della polizia catalana. Che contesto c’era nella piazza dove ti trovavi e cosa è successo esattamente?</p>
<p>Dopo la conclusione della finale mi sono diretto a Plaça Espanya per fare qualche ripresa con la mia videocamera. Volevo partecipare alla festa degli spagnoli e poi raccontare tutto sul mio blog Diario Catalano e ho trovato un ambiente di festa, simile a quello che si respirò in Italia quattro anni fa. Sono stato per un ora a fare riprese nella totale tranquillità, attorno a me c’era solo gente di tutte le età che celebrava la vittoria della Spagna. Dopo un’ora circa ho visto arrivare veloci sul lato opposto della piazza in cui mi trovavo le camionette dei Mossos. All’inizio non ho prestato molta attenzione a loro ma dopo pochi minuti mi sono reso conto che stavano cacciando dalla piazza il migliaio di tifosi che la occupavano pacificamente. La tensione è cominciata a salire poichè ho iniziato a sentire degli spari finchè mi sono trovato nel mezzo di una ammucchiata di persone che correva terrorizzata per uscire dalla piazza e dietro di me continuavo a sentire questo rumore di spari. Ho dovuto correre per allontanarmi da Plaça Espanya, dietro di me c’erano i Mossos che sgomberavano la piazza. Mi sono messo su una via laterale e i Mossos, intanto, hanno chiuso la piazza a tutti. Per un po’ mi sono riparato di fronte ad un portone di un palazzo con altre persone in attesa che la situzione si stabilizzasse. Io non sapevo minimamente per quale ragione tutti i tifosi spagnoli fossero stati cacciati giacché non ho visto nessun atto di violenza. A questo punto stavo già a 300 metri da Plaça Espanya e avevo già deciso che sarei tornato a casa ma avevo visto un bar, il Mas Frankfurt, e mi ci stavo avvicinando. Il bar era pieno di gente, con dei tavolini e delle sedie esterne al locale tutte occupate. Eravamo lontani dalla piazza e la gente mi sembrava molto più tranquilla; il fatto, poi, che il bar fosse pieno mi ha fatto pensare che il pericolo fosse finito. Ricordo che il mio ultimo pensiero mentre mi incamminavo verso il locale fu riguardo alla scelta di cosa consumare. Al bar non ci sono arrivato: mi sono sentito saltare in aria e per qualche secondo fu come se fossi rimasto sospeso in aria. Attorno a me non sentivo niente, poi mi sono sentito cadere a terra, ascoltavo la gente che urlava, mi sono toccato l’occhio e ho capito subito che mi avevano sparato.</p>
<p>Che reazione ha avuto la gente agli attacchi dei Mossos?</p>
<p>Sul momento la gente era sconcertata e molto impaurita giacchè nessuno ha capito quale sia stato la ragione che ha spinto i Mossos ha sparare e a cacciare le persone dalla Plaça. Tieni conto che io non sono stato l’unico ferito di quella serata: un ragazzo di nome Danny Perez è stato colpito alla gamba da una di queste palle di gomma e ha sporto denuncia. Nei giorni successivi ho ricevuto tantissima solidarietà da parte di tanti cittadini barcellonesi, i quali sono perfettamente coscienti della pericolosità dei Mossos d’Esquadra. Non è infatti la prima volta che questo gruppo commette danni di questo genere: lo scorso anno, da quanto ho appreso dai giornali catalani, ben tre ragazzi hanno perso un occhio per via di queste pallottole. Purtroppo il fatto che i Mossos siano una polizia diretta dalla Generalitat catalana fa sì che si qualcuno ponga la questione nei termini sbagliati. Infatti alcuni hanno visto nella violenza dei Mossos un atto commesso dai catalani contro i tifosi spagnoli il giorno dopo la grande manifestazione catalanista del 10 luglio mentre alcuni catalani difendono a prescindere i Mossos. Sono entrambe posizioni sbagliate ma, fortunatamente, assolutamente minoritarie. La gente di Barcelona si è indignata a prescindere dal colore della divisa e mi ha aiutato in molti modi.</p>
<p>Il Governo Italiano ti è stato vicino in questa situazione? E’ arrivato dalla Farnesina un interessamento di sorta o una richiesta di spiegazioni da parte del Governo spagnolo?</p>
<p>La mia famiglia ha contattato il Consolato italiano appena dopo l’accaduto e c’è stato un incontro. In questa occasione ciò che ha fatto il Consolato è stato consigliarci un avvocato e organizzare un appuntamento con lui, ma alla fine abbiamo scelto di optare per un altro. Non ti nego che nelle prime settimane la mia famiglia ha sentito la mancanza del Consolato, anche semplicemente come appoggio morale. In questi casi per mia madre, mio padre e le mie sorelle che erano tutti in fortissima angoscia qua a Barcelona, anche qualche telefonata da parte delle istituzioni –anche solo per garantire che si sarebbero impegnati a fondo per aiutarci- sarebbero state utili. Successivamente, a circa un mese dall’incidente c’è stato un altro incontro, questa volta richiesto dal Console, che ha assicurato il pieno appoggio nel monitorare che la nostra denuncia non venga dimenticata tra le carte del Tribunale. Per quanto riguarda la Farnesina so che c’è stata un’interrogazione da parte di alcuni parlamentari di PD in cui si chiede al Ministro l’invio alle autorità spagnole di una richiesta di spiegazioni ma per il momento ancora non vi è stata risposta. Mi è stato consigliato concentrarmi su ciò che i Mossos dichiareranno in sede processuale ma personalmente credo che sarebbe utile anche sapere quale sia la versione della polizia sui fatti avvenuti il 12 luglio e se hanno aperto un’indagine interna. Spero che verrà inviata una richiesta da parte delle autorità italiane in tal senso.</p>
<p>Com’è ricominciata la tua vita adesso?</p>
<p>È molto dura. Tento di avere un approccio estremamente positivo e di non cadere in depressione ma è molto difficile svegliarsi la mattina sapendo che manca un occhio. Bisogna stare molto più attenti a mille cose, cambia la prospettiva, le distanze e devo abituarmi a questa nuova realtà. Ciò che è più difficile e più importante è soprattutto dare forza alla mia famiglia e in particolare ai miei genitori che ora vivono qui con me a Barcellona. Tieni conto che sono stato colpito e operato anche alla testa e la cosa è stata vissuta molto duramente da tutti. Ora ho ricominciato il corso di catalano che sono stato forzatamente costretto a lasciare e tra poco comincerò il master in gestione dell’immigrazione che avevo in programma da tempo. Tento di avere una vita normale. Insomma, è dura ma di certo non ho mai pensato di abbandonare questa città e i progetti che avevo, questo sì che significherebbe darla vinta a chi mi ha fatto male.</p>
<p>I metodi violenti delle forze dell’ordine sembrano equivalersi in tutta Europa, partendo dal tuo caso come giudichi la situazione a Barcellona ?</p>
<p>Non voglio esprimere giudizi complessi su cose che so poco (giacché vivo qua solo da Maggio) ma dirò solo quello che so con certezza: dal 1990 in Spagna 23 persone hanno perso un occhio per colpa di queste maledette palle di gomma. Mi pare una cifra abbastanza chiara per dire che dovrebbero essere proibite. Inoltre già lo scorso anno i Mossos si sono resi responsabili di atti di violenza molto discutibili come quelli commessi in occasione dello sgombero dell’Università occupata dagli studenti con una modalità simile a quella commessa nella scuola Diaz a Genova nel 2001 e in occasione delle celebrazioni dei tifosi del Barcellona dopo le vittorie del 2009. Questi ultimi casi dimostrano che il problema dei Mossos non è la loro catalanità e che le loro vittime non sono solo i tifosi spagnoli; il problema dei Mossos è che colpiscono in maniera sproporzionata e utilizzando armi pericolose. Inoltre, credo anche che ci sia un problema di come vengano scelti gli uomini a cui viene affidata la sicurezza dei cittadini. Onestamente, per fare un esempio, colui che mi ha sparato non credo che sia una persona capace di gestire un arma.</p>
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		<title>Prove riuscite di bellezza.  Intervista a Roan Johnson.</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 10:51:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
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“Prove di felicità a Roma Est” è il primo romanzo di Roan Johnson, scrittore pisano, con nome, cognome e radici anglosassoni. E’ un libro maturo e leggero, dolce, gioioso, dove le vite dei personaggi scorrono in maniera veloce, la velocità futurista della gioventù, la velocità bulimica delle metropoli, la velocità di uno sguardo o della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.massimilianococcia.com/wp-content/uploads/2010/09/image13.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-464" title="image[13]" src="http://www.massimilianococcia.com/wp-content/uploads/2010/09/image13-203x300.png" alt="" width="203" height="300" /></a></p>
<p><strong>“Prove di felicità a Roma Est” è il primo romanzo di Roan </strong><strong>Johnson, scrittore pisano, con nome, cognome e radici anglosassoni. E’ un libro maturo e leggero, dolce, gioioso, dove le vite dei personaggi scorrono in maniera veloce, la velocità futurista della gioventù, la velocità bulimica delle metropoli, la velocità di uno sguardo o della penna che scrive sul foglio. Lorenzo Baldacci è il protagonista, un giovane toscano che scende nella Capitale per dare senso alla sua vita tra il diplomificio, Samira, la ragazza che ama tutti e alla fine non ama nessuno, il vecchio professore che gli fa ripetizioni e il suo lavoro di portapizze che lo porta a perdersi tra le pieghe della città. Tutto è normale, sullo sfondo c’è Roma, una città e salata, come i baci e il corpo di Samira, che contamina Lorenzo di un amore diverso, non convenzionale, un sentimento nuovo che gli apre mente e pensieri. Il libro ha una struttura narrativa agile ed è ben strutturato, nulla è banale e nulla è macchiettistico. Roma è descritta e vissuta profondamente e non si manifestano quei crolli strutturali propri di certa letteratura giovanile, dove la storia è poco importante e ad assurgere importanza è il luogo comune.<br />
</strong><strong>Roan </strong><strong>Johnson fa scelte coraggiose e non strizza l’occhio a nessuno. Questo libro rientra nella mia personale categoria di libri necessari, ovvero quei libri che si aprono all’esterno perché c’è un impellente necessità del narratore, necessità interiore sempre meno rintracciabile nel panorama culturale italiano.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Abbiamo fatto qualche domanda a Roan Johnson, autore del libro e sceneggiatore.</p>
<p>Per te come per Lorenzo Baldacci, Roma è la città che ti ha accolto, che rapporto vivi con questa metropoli così strana?</p>
<p><em>Con Roma posso dire di avere una vera e propria storia d&#8217;amore. Una di quelle storie passionali, struggenti, pieni di litigate e scenate di gelosia. Insomma una storia d&#8217;amore complicata. Se dovessi mettere su Facebook il mio stato sentimentale con Roma dovrei mettere it&#8217;s complicated. E&#8217; stata una storia d&#8217;amore complicata fin dall&#8217;inizio perchè lei mi ha snobbato. Non mi ha considerato per un paio di anni. Era troppo grande, ricca e importante per me. E quindi non me la dava. Non che le facessi una grande corte, anzi la snobbavo anche io, ad essere sinceri. Tornavo sempre dal mio primo grande e irraggiungibile amore che è Pisa. Pensavo che tutto quel che mi chiedeva Roma non valesse la pena. Mi sembrava che fosse piena di sè, incasinata, bella come una statua e quindi neanche troppo sexy. E lei mi lasciava andare, perchè lo sapeva che non mi sarei allontanato troppo. E infatti sono sempre tornato da lei.E a forza di questo annusarsi e schivarsi, dopo tre, quattro anni, ho iniziato a capirla, a vedere alcuni lati che teneva nascosti, e cioè che era scafata, greve ma anche colta, santa e papalina ma anche puttana, e soprattutto era piena di vita. Pullulava di vita. Aveva vissuto più di me e avrebbe vissuto sempre più di me. E lì è scoppiato l&#8217;amore. Mi ha fatto sentire grande in mezzo a le sue grandi vie, in mezzo ai suoi monumenti e gioielli, ai suoi seni materni e sensuali. Giravo estasiato per le sue vie e pensavo: sono l&#8217;uomo giusto al posto giusto, l&#8217;uomo giusto con la donna giusta. Ed è durata per un bel po&#8217; questa sensazione. Poi, invece, piano piano, i dubbi sono riaffiorati, il suo abbraccio da sensuale è diventato soffocante. Ho capito il suo gioco: mi aveva sedotto, mi aveva detto che sarei potuto andare via quando volevo e non era vero. Mi aveva fatto credere di essere libero e mi aveva rinchiuso. Era puttana sì ma più per soldi che per passione. Era piena di vita sì ma era anche una vita caotica, nervosa, piena di lamenti e di rancori. Ecco, ora siamo due fidanzati di lungo corso. Io so che non farò mai figli con lei. Lei sa che non la abbandonerò mai. Litighiamo in continuazione, e rifacciamo pace appena ci allontaniamo di quel tanto così.</em></p>
<p>La gioventù intesa nel suo senso più profondo è al centro del romanzo, una gioventù diversa, precaria, che già ha un codice di vita da adulti, quanta innocenza hanno i personaggi del tuo libro?</p>
<p><em>Direi che c&#8217;è molta innocenza nei miei personaggi. Baldacci potremmo dire che parte con un grado cento di innocenza. Poi, piano piano la sua innocenza si corrompe. Ma non è un percorso che potremmo connotare come negativo. E&#8217; un processo naturale. E&#8217; la distanza che si crea fra l&#8217;infanzia e l&#8217;età adulta. Nel mezzo c&#8217;è, appunto, l&#8217;adolescenza. Che per Baldacci è una fase che è rimasta congelata per troppo tempo. E&#8217; più comodo sedersi sulla tranquillità, sul perder tempo con entusiasmo, non mettere il naso fuori dal proprio guscio. E&#8217; troppo facile essere innocenti quando ci si tiene lontano dalle acque sporche e torbide. Invece se ti immergi nella metropoli, nei posti più difficili, se ti sporchi con quel gioco che è la vita allora l&#8217;innocenza assume un connotato diverso. Forse solo allora ti confronti con l&#8217;innocenza per la prima volta. In fondo direi che Samia e anche Baldacci hanno una qualità dell&#8217;innocenza migliore del Baldacci dell&#8217;inizio. Forse c&#8217;è anche una qualità dell&#8217;innocenza e non solo una quantità.</em></p>
<p>Hai raccontato tante cose tutte insieme, la periferia, i diplomifici, il lavoro precario, l’amore, la ricerca di una stanza in affitto, da che punto di osservazione li hai analizzati e soprattutto come ti sei calato in queste realtà?</p>
<p><em>Le realtà che ho raccontato sono diverse e diverso è stato il grado di conoscenza che ne avevo. Alcune le conoscevo in prima persona, altre ci avevo vissuto, altre ne avevo sentito parlare e sono andato ad indagarle per scrivere il romanzo. Alcune sono mie esperienze personali che ho reinserito in contesti diversi. Mi sembrava però che fossero tutte importanti, che valesse la pena di raccontarle e ho provato a farlo senza cadere mai in un teorema, o negli stereotipi.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Ti occupi principalmente di cinema, come ti sei trovato in questa prima esperienza narrativa?</p>
<p><em>L&#8217;esperienza narrativa che ho vissuto per questo libro la potremmo definire un parto. Ha avuto una gestazione lunga, una fase molto dolorosa, e dopo di quella, il mio cervello &#8211; come accade per la memoria delle donne dopo il parto &#8211; si è così tanto nutrito di tutte quelle soddisfazioni della nascita di quel figliolo, dei complimenti degli amici e dei giornalisti e dei premi, che non ricorda più il dolore. Ora, poi che sono in una fase molto difficile perchè dovrei iniziare a girare un film, mi sembra proprio un&#8217;esperienza meravigliosa, assolutamente preferibile, sia professionalmetne che artisticamente che soprattutto, personalmente, al cinema. La colloco in una zona paradisiaca, onirica, meravigliosa. Rispetto alla macchinosità, alla grassezza, ai compromessi del cinema mi sembra un posto libero e proficuo, leggero, agile, e quindi più fertile. Ma se tu mi rifacessi la domanda fra un anno, la mia domanda potrebbe essere molto diversa.</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
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		<title>Sparigliare e innovare. Dialogo con Luca Sappino</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Aug 2010 08:37:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
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di Massimiliano Coccia, per &#8220;Le Ragioni&#8221;
Luca Sappino è una bella promessa della politica romana, giovane esponente di Sinistra e Libertà cerca con campagne e militanza territoriale di cambiare le pratiche interne ai processi politici. Si sa che spesso tra il dire e il fare c’è di mezzo un oceano e Luca in questa breve intervista [...]]]></description>
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<p>di Massimiliano Coccia, per &#8220;Le Ragioni&#8221;</p>
<p>Luca Sappino è una bella promessa della politica romana, giovane esponente di Sinistra e Libertà cerca con campagne e militanza territoriale di cambiare le pratiche interne ai processi politici. Si sa che spesso tra il dire e il fare c’è di mezzo un oceano e Luca in questa breve intervista ci spiega come nel suo partito cerca di coniugare le idee con l’azione e come si sta trasformando Sinistra e Libertà. Con un occhio a Vendola.</p>
<p><em>In questi giorni c’è un gran mormorio intorno alle parole di Vendola sulla voglia di “sparigliare” il centrosinistra.  Non pensi che si debba forse creare un’alleanza anziché sparigliare il poco che esiste?</em></p>
<p>Dobbiamo intenderci sul significato della parola “sparigliare”, perché questo è un verbo che sa di sovvertimento, che ha quasi un sapore rivoluzionario, ma che sottointende la volontà di rimanere ben seduti al tavolo del gioco. “Sparigliare” vuol dire sfidare l’abitudine di subalternità del centrosinistra, vuol dire svincolare la politica dal potere, il governo dal Palazzo, quello con la P maiuscola. Vuol dire rinunciare a compromessi sempre al ribasso, sempre a danno dell’avanzamento dei diritti sociali e civili. Vuol dire riconoscere nella radicalità delle proprie ragioni l’unica motivazione valida per andare al governo. Inteso questo è chiaro come il sole di giorno che per “sparigliare” al tavolo del gioco bisogna esser in tanti. Tanti e forti, se si gioca in squadra.</p>
<p><em>“Sinistra e Libertà” cos’è al momento? Un partito? Una fabbrica? Un insieme liquido di soggetti?</em></p>
<p>Sinistra Ecologia Libertà è un partito giovane che si sta formando. Un partito giovane il cui percorso di formazione è fatto tutto di politica vera, di esperienze e forze messe tutte a disposizione di quella che chiamiamo la “buona politica”, quella – appunto – capace di sparigliare. A ottobre faremo il primo congresso nazionale, che sarà l’ultimo passo di un percorso lungo e faticoso per riunire alcuni cocci di una sinistra ormai stordita e spaesata.</p>
<p>Le fabbriche sono altro, un compagno di viaggio assai gradito da cui stiamo imparando molto, ma un soggetto ben distinto. E in questa distinzione sta la forza di entrambi. Io sono impegnato profondamente nella crescita di SeL. Credo che una delle priorità democratiche del nostro paese, sia dotarlo nuovamente di partiti capaci di assolvere pienamente il loro compito costituzionale. Con SeL vogliamo suonare la sveglia ad un centrosinistra assopito da troppo tempo.</p>
<p><em>A Roma la situazione è forse ancora peggiore.  Un PD immobile in molti settori, un progetto di città alternativa ad Alemanno che ancora manca, come affronterà Sel la sfida del Campidoglio?</em></p>
<p>Il Pd sta dando qualche cenno di vita, ultimamente. E molto di questo lo si deve ad alcuni giovani dirigenti, militanti, che si stanno sbattendo per rianimare un partito nato debole. SeL credo debba lavorare con questo pezzo di Pd per costruire e raccontare un’idea diversa di città. Diversa da quella di Alemanno – ovviamente – ma diversa anche da una certa Roma del centrosinistra. Le critiche al “modello Roma”, ben lontano dalla perfezione amministrativa, non devono restare recintate solo nelle nostre discussioni private. Dobbiamo trovare risposte e dire che ci candidiamo per regalare ai romani una città migliore, a partire dalle piccole cose, dal quotidiano. Da dove cominciare? Io partirei dalla mobilità, che vuol dire accesso ai servizi e qualità della vita. Diciamo come intendiamo liberare Roma dalle macchine. Diciamo quello che non ha fatto il centrosinistra, che non ha fatto la destra, ma che farà una nostra nuova classe dirigente.</p>
<p><em>Sei stato candidato al Consiglio Regionale, riportando un ottimo risultato, figlio di una bella campagna fatta di cose concrete e di un nuovo approccio alla politica,  cos’è mancato alla Bonino per vincere?</em></p>
<p>Una nuova classe dirigente, appunto. Quello che spero non mancherà al nostro prossimo candidato sindaco: una classe dirigente non compromessa, che non ha nulla da perdere, capace di scommettere e di osare. Capace di proporre una strategia di gestione veramente alternativa. Una classe dirigente giovane che non pensi neanche lontanamente – come invece temo sia stato con la Bonino – che in fondo è meglio perdere, che anche perdendo possiamo mantenere alcune posizioni di potere. Manca coraggio.</p>
<p><em>Ci racconti l’origine del tuo impegno e quali sogni nutri?</em></p>
<p>Sarà forse per l’educazione ricevuta, per il contesto familiare, per le letture e le passioni, ma la politica è da sempre parte centrale della mia vita. Il sogno è che lo possa essere ancora per molto, magari proprio in questa città, per questa città. La speranza è di non cedere alla disillusione e – al contrario – di contagiare con questo strano morbo, che è l’impegno politico, quante più persone possibili, tenendo ben lontano la tentazione di rifugiarsi nel privato</p>
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		<title>Il bilancio al tempo di Alemanno</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Aug 2010 08:33:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
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Cinque domande al consigliere comunale del Partito Democratico, Paolo Masini.
di Massimiliano Coccia, per &#8220;Le Ragioni&#8221;
Il bilancio è la carta d’identità di un Comune e a Roma è da mesi ormai terreno di scontro tra il PDL e il PD. Da una parte l’Armata Brancaleone del Sindaco Alemanno arranca confusa e dall’altra l’opposizione che cerca una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.massimilianococcia.com/wp-content/uploads/2010/08/masini-300x199.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-456" title="masini-300x199" src="http://www.massimilianococcia.com/wp-content/uploads/2010/08/masini-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
<p>Cinque domande al consigliere comunale del Partito Democratico, Paolo Masini.</p>
<p>di Massimiliano Coccia, per &#8220;Le Ragioni&#8221;</p>
<p>Il bilancio è la carta d’identità di un Comune e a Roma è da mesi ormai terreno di scontro tra il PDL e il PD. Da una parte l’Armata Brancaleone del Sindaco Alemanno arranca confusa e dall’altra l’opposizione che cerca una via tra l’essere di lotta e di governo. Il risultato è un bilancio fatto di tagli e di lacrime per Roma. Una Capitale che sembra svuotata del suo futuro e sembra non aver nulla a che vedere con la capitale di un tempo che fungeva da locomotiva del Paese nello sviluppo sociale e culturale.  Ma Alemanno e la sua Giunta che si apprestano a mettere le mani in tasca ai romani, dove taglieranno? E soprattutto che futuro avrà Roma? Ne abbiamo parlato con Paolo Masini, consigliere comunale del PD a Roma.</p>
<p><em>Quali sono le caratteristiche del bilancio in corso di approvazione varato dalla Giunta Alemanno?</em></p>
<p>Purtroppo la caratteristica principale è quella di varare una serie infinita di aumenti senza offrire miglioramento di servizi e soprattutto senza un piano di rilancio per la città di investimenti strutturali, soprattutto in un momento in cui sia le famiglie che le imprese sono investite da un periodo di forte crisi. Aumentano nidi, refezione scolastica, Co.sa.p (la tassa sul suolo pubblico, ndr), Tari (rifiuti, ndr) in maniera vertiginosa. Un vero salasso per le famiglie romane, che vedranno aumentare anche le piccole cose quotidiane dalle fotocopie rilasciate dagli uffici, ai matrimoni, ai musei. Non c’e’ servizio lasciato inalterato e soprattutto come nel caso simbolico dei nidi diminuisce l’offerta con meno orari e meno posti. Tra l’altro un bilancio che arriva in ritardo clamoroso e che sta mettendo in ginocchio i Municipi che hanno dovuto lavorare con fondi risibili. Municipi che a dispetto dei proclami sul decentramento vedono mortificare il proprio ruolo nei territori.</p>
<p><em>Da mesi la scuola è sotto attacco incrociato dell’amministrazione locale e del Ministero dell’Istruzione, come cambieranno le tariffe degli asili nido e quali sono state le proposte alternative del PD in consiglio comunale?</em></p>
<p>L’accoppiata Gelmini-Marsilio sta avendo effetti pesantissimi sulla città. Sono state 216 classi del tempo pieno richieste dai romani alle quali il MIUR aveva dato parere negativo. Solo grazie al lavoro del Pd e dei coordinamenti dei genitori insieme ai dirigenti e al resto dell’opposizione nei giorni scorsi siamo riusciti a recuperare e confermare le 68 classi già avviate l’anno passato.</p>
<p>Sui nidi ci saranno aumenti molto incisivi fino al 50% soprattutto sulle fasce medie, tanto da far ritirare l’iscrizione a molti genitori impossibilitati a pagare le nuove rette.</p>
<p>Il Pd ha chiesto il ritiro delle due delibere nidi e refezione scolastica proponendo di trovare i 9 milioni di euro decurtandoli dalle consulenze sulle quali sono stati messi a bilancio 20 milioni di euro e da altri capitoli di bilancio gonfiati a dismisura rispetto alla reale necessità.</p>
<p><em>Alemanno appena insediato ha lamentato un buco in bilancio ereditato dalle scorse amministrazioni, come stanno le cose sulla situazione debitoria del Comune?</em></p>
<p>Così come per la sicurezza anche il buco in bilancio si è rivelato un boomerang per il Sindaco. Infatti ormai è noto a tutti che il disavanzo era legato a mutui relativi alla metropolitana e debiti pregressi dagli anni ‘60 come ammesso dallo stesso Alemanno in uno degli ultimi consigli. La situazione ora è critica come per tutti i comuni italiani soprattutto dopo le scelte del governo di togliere denaro fresco alle amministrazioni locali come l’Ici. A valutare le spese allegre sostenute in questi due anni dal Gabinetto del Sindaco non sembra esserci una situazione di particolare disagio.</p>
<p><em>E’ vero, secondo indiscrezioni, che pur essendo un bilancio di tagli, il budget per gli emendamenti di ogni singolo consigliere è raddoppiato rispetto allo scorso anno?</em></p>
<p>La politica sta vivendo un momento particolare. Più si distanzia dalla politica intesa come servizio e più diventa altro. In questo momento non so risponderle nello specifico  alla domanda ma rispetto a questo sono note le mie battaglie. La cosa che mi auguro è che  su ogni centesimo della collettività ci sia una attenta azione di verifica e di controllo affinché ogni iniziativa realizzata abbia  una   ricaduta reale  e concreta nella vita della città. Credo che la politica intesa come servizio  debba partire dalle spese sostenute da un candidato  in campagna elettorale fino al suo atteggiamento quotidiano in aula consiliare. Su questo insieme alle sue competenze e alla propria capacità amministrativa e politica va giudicato</p>
<p><em>Nella vita dell’Aula com’è cambiata la discussione del bilancio tra la giunta Veltroni e quella Alemanno?</em></p>
<p>Devo dire che il livello della discussione è purtroppo sceso di molto in questi due anni. Il rispetto dell’Aula, quella laica sacralità dei luoghi delle istituzioni era cosa di tutti i giorni. L’attaccamento alla città e la tensione morale di chi ha amministrato in quel periodo la città facevano il resto. In questi giorni si stanno facendo i lavori di ristrutturazione dell’Aula Giulio Cesare, spero che al ritorno in quella bellissima sala ci sia un cambio di passo anche per non lasciare alibi a chi crede che Roma non debba avere uno status particolare.</p>
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		<title>Pericoli e Siciliano. La bianca luce dell’Ara Pacis e il buio della Pelanda.</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Aug 2010 08:25:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
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di Massimiliano Coccia, per &#8220;Le Ragioni&#8221;
Nel caldo tropicale di Roma vago in bella compagnia per i lindi e nuovi Musei e mi imbatto nella mostra di Tullio Pericoli, “Lineamenti. Volto e paesaggio”. Una mostra di cui forse si poteva fare a meno, non per il valore artistico indiscusso di Pericoli, ma per la fragilità del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.massimilianococcia.com/wp-content/uploads/2010/08/IMG_1699.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-452" title="IMG_1699" src="http://www.massimilianococcia.com/wp-content/uploads/2010/08/IMG_1699-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>di Massimiliano Coccia, per &#8220;Le Ragioni&#8221;</p>
<p>Nel caldo tropicale di Roma vago in bella compagnia per i lindi e nuovi Musei e mi imbatto nella mostra di Tullio Pericoli, “Lineamenti. Volto e paesaggio”. Una mostra di cui forse si poteva fare a meno, non per il valore artistico indiscusso di Pericoli, ma per la fragilità del suo allestimento e della sua vicenda compositiva, che basandosi sui ritratti intensi dell’artista a personaggi come Pasolini, Beckett, Scalfari, Saviano, unisce i paesaggi, che non rappresentano l’acme artistico del maestro Pericoli, il tutto è immerso nell’Ara Pacis, sede algida non adatta ad ospitare questa mostra, che poteva dire molto di più se fosse stata corredata dei tanti ritratti o bozzetti dell’autore o dalle bellissime incisioni visibili in vendita all’entrata.</p>
<p>Deluso ma non troppo dalla mostra di Pericoli, mi dirigo verso il Macro di Testaccio, incuriosito da Bernardo Siciliano e le sua “Nude City”, una bellissima raccolta di nudi di grandi dimensioni dove la femminilità dei soggetti si sprigiona dalla tela e avvolge lo spettatore, che si perde tra i lineamenti di una donna troppe volte amata o di una giovane avvolta come a rannicchiarsi nelle sue coperte. Siciliano con maestria e rigore traccia lineamenti umani e lineamenti urbani che quasi si fondono e creano un’unica nudità. Le città sono nude perché visibili, la vita è nuda perché vera. Siciliano sembra aver appreso la lezione dei classici e averla reinterpretata in un misto di realismo e meraviglia che accoglie e persuade.<br />
Anche qui l’unico neo rimane l’allestimento, infatti nella nuovissima sede espositiva della Pelanda, voluta dal Sindaco Veltroni e inaugurata dal Sindaco Alemanno, metà sala riguardante i panorami delle città è al buio, facendo perdere di senso e significato il legame simbolico con i nudi.<br />
Il custode ignaro mi dice che da “oltre due settimane” la struttura versa in parte nelle tenebre poiché i tecnici di Zetéma, la società che gestisce i Musei a Roma, non si sono fatti vedere per cambiare l’illuminazione. Una defezione enorme assolutamente non degna di una città come Roma, che tuttavia lentamente come un gambero torna indietro.<br />
Uscendo dalla Pelanda penso che “l’essenziale è invisibile agli occhi” e una mostra come quella di Siciliano supera anche ostacoli importanti, ma fino a quando la bravura e la bellezza riusciranno a colmare le negligenze della burocrazia?</p>
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		<title>Invito al viaggio. Parole e colori di Alberto Sughi.</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Aug 2010 17:38:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
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di Massimiliano Coccia, in collaborazione con Martina Donati e Monica Neri
Nella quiete del suo studio ci ha accolto Alberto Sughi, pittore cesenate che con i suoi quadri ci racconta un frammento importante della nostra vita interiore e pubblica. Sughi ha il pregio di non essere un maestro bagnato dall’accademismo e dalla voglia di primeggiare. In [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.massimilianococcia.com/wp-content/uploads/2010/08/SUGHIxMAX2-300x199.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-449" title="SUGHIxMAX2-300x199" src="http://www.massimilianococcia.com/wp-content/uploads/2010/08/SUGHIxMAX2-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
<p><strong><em>di Massimiliano Coccia, in collaborazione con Martina Donati e Monica Neri</em></strong></p>
<p>Nella quiete del suo studio ci ha accolto Alberto Sughi, pittore cesenate che con i suoi quadri ci racconta un frammento importante della nostra vita interiore e pubblica. Sughi ha il pregio di non essere un maestro bagnato dall’accademismo e dalla voglia di primeggiare. In maniera silente e composta ha portato avanti con dignità e bellezza il suo “viaggio”, il suo “cammino” all’interno dell’arte.<br />
“Io non so bene se sia più rassicurante il luogo che abbiamo lasciato o quello in cui stiamo per arrivare. Il momento più bello di un viaggio è a metà strada, quando si è lontani da tutto”, scriveva il pittore in un suo catalogo, e cogliere l’essenza della sua ricerca e del suo andar lontano è il senso con cui è nata questa intervista, maturata sotto il caldo romano di luglio.<br />
Ci si perde nello sguardo di Albero Sughi e nella forma delle sue mani, lievi e sottili, come se la pelle fosse carta velina. Sughi rappresenta molto per l’arte del nostro Paese, un’arte che si perde dietro futilità e ricerche inutili dimenticando il primato della pittura e della ricerca figurativa, proprio perché<em> “quando si inizia a dipingere ci si accorge che siamo dentro un altro pasticcio, una storia molto più difficile, una storia che può essere anche affascinante. Le cose belle sono quelle in cui ti metti in gioco, quando ti accorgi che conosci il tuo limite però continui a fare il tuo viaggio verso la conoscenza. Non è importante arrivare al punto massimo della conoscenza, alla quale non si arriverà mai ma è il viaggio per arrivarci la cosa bella. Essere artisti è una cosa particolare, è molto diversa dall’essere normale.” </em><br />
<strong><br />
E’ un lavoro quindi duro, dagli aspetti molteplici quindi, un lavoro che è al tempo stesso un percorso di ricerca…</strong><br />
<em>“Vedi è una vita lunga quella del pittore, la mia dura da quando avevo 15 anni, è una vita bella, non la cambierei con nessuna, perché non è una vita su prestazione. Bisogna però sempre stare attenti a capire cos’è questo percorso, perché  sarebbe brutto incamminarsi su questa strada non comprendendo cosa sia la pittura.”</em><br />
<strong>E come possiamo non cadere in questo?</strong><br />
“<em>Dobbiamo saper riconoscere la passione vera ed alimentarla sempre , dobbiamo, quando dipingiamo o scriviamo, alimentare tutto con le cose vere e non con la moda, perché la moda ha un solo destino: essere superata. Vedo tanti ragazzi che seguono le mode e non si interrogano sul senso profondo di quel che fanno. </em><br />
<em>Essere persone per bene è la cosa più difficile ma è anche la cosa più affascinante”. </em><br />
<strong>Com’èra la vita di Alberto Sughi ragazzo nell’Italia del dopoguerra?</strong><strong><br />
</strong><em>“Quando sono venuto a Roma nel 1948  dormivamo sulle panchine, negli scantinati e la vita era povera. C’era stata la guerra e quindi dormire in posti del genere ci sembrava normale, non la sentivamo come una sofferenza come la potremmo avvertire oggi e quello che ci faceva andare avanti era la voglia di essere pittori, l’avere un pensiero diverso, perché c’era grande fermento, i pittori anziani parlavano ed avevamo tutti voglia di imparare e di farlo insieme. E’ stato ed è tutto molto bello perché la passione ha sempre illuminato il mio lavoro, anche nelle difficoltà.”</em><br />
<strong>Come è mutata la percezione e l’importanza dell’arte nel nostro Paese nel corso degli anni ?</strong><strong><br />
</strong><em>“Non è molto diversa da tutta la confusione che c’è in tutti i comparti della vita pubblica italiana. E’ una situazione di stallo molto difficile e la cultura italiana rappresenta molto bene questo spartiacque. Ci sono delle forze che si oppongono e cercano un’altra strada, ma sono scollegate e hanno poco spazio. C’è un senso di dolore, c’è qualcosa che non va in tutto questo. Siamo in un mondo che non ha più bisogno della pittura, perché la pittura non incide quasi per niente nel modo di essere, pensare o vedere. Questo non mi fa smettere, perché il mio lavoro è fatto di tanti pensieri, di storia culturale, politica, civile, ma c’è anche qualcosa di profondo che mi appartiene come individuo. “</em></p>
<p><strong>Come nasce la tua ispirazione?</strong><strong><br />
</strong><em>“Nasce dal rapporto che ho con il mondo; ho rappresentato la solitudine, il rapporto con la natura, il “teatro d’Italia”, ho fatto tutto quello che in fondo potevo incontrare e conoscere nei momenti di questo Paese. Ad esempio nel quadro che sto facendo (indicando una grande tela nel suo studio, ndr), sto rappresentando due uomini seduti su una spiaggia mentre c’è il mare in burrasca, come se non si accorgessero che non è più il momento di stare lì. I miei quadri, come in questo caso, hanno sempre rispecchiato il rapporto tra me e me stesso e tra me stesso e il resto delle cose.</em></p>
<p>E osservando la tela penso che potrà trasformarsi in qualcos’altro.</p>
<p><strong>“Un po’ più in là della solitudine c’è la persona che ami”, scriveva Dino Buzzati, quanto le tue opere e la tua poetica cercano di guardare più in là della solitudine?</strong></p>
<p><em>“Non ho mai pensato di usare un colore più scuro o più chiaro per descrivere un sentimento od una sensazione. Registravo nella pittura un racconto di solitudine o un momento di allegria, ma non ho mai avuto l’intenzione di farlo, scoprendolo che il quadro prendeva la sua forma definitiva. Ho sempre narrato e registrato qualcosa del mondo che mi sembrava giusto, non ho mai creato un quadro più nero per essere pessimista o più rosa per essere allegro.. Alle volte si è soli e occorre continuare la propria ricerca solitaria.</em></p>
<p><strong>Su quali tinte si basa la tua tavolozza e quali rapporti tonali preferisci?</strong></p>
<p><em>Cambio moltissimo i colori, i rapporti tonali sono conseguenti ai cambiamenti che opero sulla tela, una tela che lavoro tanto stravolgendo più volte i soggetti che ho in mente.”</em></p>
<p><strong>“Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti assieme dietro ai vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.” Per me questa frase di Buzzati rappresenta la sintesi del tuo lavoro, sia per il cromatismo che ispira e sia per l’ambientazione. Cosa ci racconterai da domani in poi?</strong></p>
<p><strong>“</strong><em>Un pittore della mia età sa benissimo che non arriverà a quel punto di conoscenza che sperava, perché la verità assoluta si insegue sempre e si ha continuamente l’impressione di toccarla. Mi interessa il viaggio, quel viaggio affrontato con diverse consapevolezze. Spero di non allontanarmi mai da quel che sono, continuare a raccogliere i segnali che vengono dalla vita e dal mondo. Ti posso dire che sono felice di quel che ho fatto e della mia vita che mi ha dato tanto e non la cambierei mai con nessun’altra. Cerco di essere fedele a questa storia lavorando fino al limite.. Voglio restare insieme a me, alla mia pittura e alla mia vita senza pensare se farò delle cose belle o meno belle e mi piacerebbe proprio finire dentro il mio lavoro.”</em></p>
<p>E mentre l’intervista termina Alberto Sughi ci mostra quante trasformazioni subisce un suo quadro.  Ci saluta con dolcezza per tuffarsi con la gioia di un ragazzo nella sua pittura, vissuta ancora ad 82 anni come una meravigliosa esigenza.</p>
<p>Nella quiete del suo studio ci ha accolto Alberto Sughi, pittore cesenate che con i suoi quadri ci racconta un frammento importante della nostra vita interiore e pubblica. Sughi ha il pregio di non essere un maestro bagnato dall’accademismo e dalla voglia di primeggiare. In maniera silente e composta ha portato avanti con dignità e bellezza il suo “viaggio”, il suo “cammino” all’interno dell’arte.<br />
“Io non so bene se sia più rassicurante il luogo che abbiamo lasciato o quello in cui stiamo per arrivare. Il momento più bello di un viaggio è a metà strada, quando si è lontani da tutto”, scriveva il pittore in un suo catalogo, e cogliere l’essenza della sua ricerca e del suo andar lontano è il senso con cui è nata questa intervista, maturata sotto il caldo romano di luglio.<br />
Ci si perde nello sguardo di Albero Sughi e nella forma delle sue mani, lievi e sottili, come se la pelle fosse carta velina. Sughi rappresenta molto per l’arte del nostro Paese, un’arte che si perde dietro futilità e ricerche inutili dimenticando il primato della pittura e della ricerca figurativa, proprio perché<em> “quando si inizia a dipingere ci si accorge che siamo dentro un altro pasticcio, una storia molto più difficile, una storia che può essere anche affascinante. Le cose belle sono quelle in cui ti metti in gioco, quando ti accorgi che conosci il tuo limite però continui a fare il tuo viaggio verso la conoscenza. Non è importante arrivare al punto massimo della conoscenza, alla quale non si arriverà mai ma è il viaggio per arrivarci la cosa bella. Essere artisti è una cosa particolare, è molto diversa dall’essere normale.” </em><br />
<strong>E’ un lavoro quindi duro, dagli aspetti molteplici quindi, un lavoro che è al tempo stesso un percorso di ricerca…</strong><br />
<em>“Vedi è una vita lunga quella del pittore, la mia dura da quando avevo 15 anni, è una vita bella, non la cambierei con nessuna, perché non è una vita su prestazione. Bisogna però sempre stare attenti a capire cos’è questo percorso, perché  sarebbe brutto incamminarsi su questa strada non comprendendo cosa sia la pittura.”</em><br />
<strong>E come possiamo non cadere in questo?</strong><br />
“<em>Dobbiamo saper riconoscere la passione vera ed alimentarla sempre , dobbiamo, quando dipingiamo o scriviamo, alimentare tutto con le cose vere e non con la moda, perché la moda ha un solo destino: essere superata. Vedo tanti ragazzi che seguono le mode e non si interrogano sul senso profondo di quel che fanno. </em><br />
<em>Essere persone per bene è la cosa più difficile ma è anche la cosa più affascinante”. </em><br />
<strong>Com’èra la vita di Alberto Sughi ragazzo nell’Italia del dopoguerra?</strong><strong><br />
</strong><em>“Quando sono venuto a Roma nel 1948  dormivamo sulle panchine, negli scantinati e la vita era povera. C’era stata la guerra e quindi dormire in posti del genere ci sembrava normale, non la sentivamo come una sofferenza come la potremmo avvertire oggi e quello che ci faceva andare avanti era la voglia di essere pittori, l’avere un pensiero diverso, perché c’era grande fermento, i pittori anziani parlavano ed avevamo tutti voglia di imparare e di farlo insieme. E’ stato ed è tutto molto bello perché la passione ha sempre illuminato il mio lavoro, anche nelle difficoltà.”</em><br />
<strong>Come è mutata la percezione e l’importanza dell’arte nel nostro Paese nel corso degli anni ?</strong><strong><br />
</strong><em>“Non è molto diversa da tutta la confusione che c’è in tutti i comparti della vita pubblica italiana. E’ una situazione di stallo molto difficile e la cultura italiana rappresenta molto bene questo spartiacque. Ci sono delle forze che si oppongono e cercano un’altra strada, ma sono scollegate e hanno poco spazio. C’è un senso di dolore, c’è qualcosa che non va in tutto questo. Siamo in un mondo che non ha più bisogno della pittura, perché la pittura non incide quasi per niente nel modo di essere, pensare o vedere. Questo non mi fa smettere, perché il mio lavoro è fatto di tanti pensieri, di storia culturale, politica, civile, ma c’è anche qualcosa di profondo che mi appartiene come individuo. “</em></p>
<p><strong>Come nasce la tua ispirazione?</strong><strong><br />
</strong><em>“Nasce dal rapporto che ho con il mondo; ho rappresentato la solitudine, il rapporto con la natura, il “teatro d’Italia”, ho fatto tutto quello che in fondo potevo incontrare e conoscere nei momenti di questo Paese. Ad esempio nel quadro che sto facendo (indicando una grande tela nel suo studio, ndr), sto rappresentando due uomini seduti su una spiaggia mentre c’è il mare in burrasca, come se non si accorgessero che non è più il momento di stare lì. I miei quadri, come in questo caso, hanno sempre rispecchiato il rapporto tra me e me stesso e tra me stesso e il resto delle cose.</em></p>
<p>E osservando la tela penso che potrà trasformarsi in qualcos’altro.</p>
<p><strong>“Un po’ più in là della solitudine c’è la persona che ami”, scriveva Dino Buzzati, quanto le tue opere e la tua poetica cercano di guardare più in là della solitudine?</strong></p>
<p><em>“Non ho mai pensato di usare un colore più scuro o più chiaro per descrivere un sentimento od una sensazione. Registravo nella pittura un racconto di solitudine o un momento di allegria, ma non ho mai avuto l’intenzione di farlo, scoprendolo che il quadro prendeva la sua forma definitiva. Ho sempre narrato e registrato qualcosa del mondo che mi sembrava giusto, non ho mai creato un quadro più nero per essere pessimista o più rosa per essere allegro.. Alle volte si è soli e occorre continuare la propria ricerca solitaria.</em></p>
<p><strong>Su quali tinte si basa la tua tavolozza e quali rapporti tonali preferisci?</strong></p>
<p><em>Cambio moltissimo i colori, i rapporti tonali sono conseguenti ai cambiamenti che opero sulla tela, una tela che lavoro tanto stravolgendo più volte i soggetti che ho in mente.”</em></p>
<p><strong>“Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti assieme dietro ai vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.” Per me questa frase di Buzzati rappresenta la sintesi del tuo lavoro, sia per il cromatismo che ispira e sia per l’ambientazione. Cosa ci racconterai da domani in poi?</strong></p>
<p><strong>“</strong><em>Un pittore della mia età sa benissimo che non arriverà a quel punto di conoscenza che sperava, perché la verità assoluta si insegue sempre e si ha continuamente l’impressione di toccarla. Mi interessa il viaggio, quel viaggio affrontato con diverse consapevolezze. Spero di non allontanarmi mai da quel che sono, continuare a raccogliere i segnali che vengono dalla vita e dal mondo. Ti posso dire che sono felice di quel che ho fatto e della mia vita che mi ha dato tanto e non la cambierei mai con nessun’altra. Cerco di essere fedele a questa storia lavorando fino al limite.. Voglio restare insieme a me, alla mia pittura e alla mia vita senza pensare se farò delle cose belle o meno belle e mi piacerebbe proprio finire dentro il mio lavoro.”</em></p>
<p>E mentre l’intervista termina Alberto Sughi ci mostra quante trasformazioni subisce un suo quadro.  Ci saluta con dolcezza per tuffarsi con la gioia di un ragazzo nella sua pittura, vissuta ancora ad 82 anni come una meravigliosa esigenza.</p>
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		<title>Cronaca di una vittoria.</title>
		<link>http://www.massimilianococcia.com/2010/07/12/cronaca-di-una-vittoria/</link>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 10:34:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Novità]]></category>
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		<description><![CDATA[di Massimiliano Coccia &#8211; Le Ragioni.it
Seguire i Mondiali a Roma è impresa ardua. Avevo scelto il Fifa Fan Fest ma mi sono ritrovato alla Festa dell’Unità.
I presagi sul Fifa Fan Fest non erano i migliori, appena arrivato mi trovo infatti Alemanno che gira per gli stand accompagnato da una fiumana di gente. Decido quindi che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Massimiliano Coccia &#8211; Le Ragioni.it</p>
<p>Seguire i Mondiali a Roma è impresa ardua. Avevo scelto il Fifa Fan Fest ma mi sono ritrovato alla Festa dell’Unità.<br />
I presagi sul Fifa Fan Fest non erano i migliori, appena arrivato mi trovo infatti Alemanno che gira per gli stand accompagnato da una fiumana di gente. Decido quindi che assisterò solo ad un tempo della partita in quel posto, penso non posso ritrovarmi a festeggiare il Mondiale con Alemanno.<br />
Tra le due squadre il primo tempo scorre statico tranne che per un meraviglioso colpo in pieno petto di Jong ai danni di Piquet, sembra infatti che colpire in pieno petto l’avversario sia una pratica usuale delle finali. Jong come Zidane quindi, con la differenza che l’arbitro lo grazia e gli concede solo il giallo.<br />
Nonostante una partita macchinosa che ci ha fatto rimpiangere la finale per il terzo e quarto posto giocata sabato, la Spagna detta bene i tempi del gioco e mette in crisi un’Olanda molto catenacciara che non sa sfruttare al meglio le occasioni.<br />
Mentre la partita scorre ho anche modo di notare che il servizio di sicurezza del Fifa Fan Fest si accanisce contro un povero senza dimora che guardava la partita tenendo in mano un guanto e una busta della spesa.<br />
Roma ai tempi di Alemanno: vietato entrare nei salotti buoni con il vestito sporco.<br />
L’arbitro che nel frattempo ha ammonito alla rinfusa decreta la fine del primo tempo ed io trovo giuste alleanze per seguire altrove la partita.<br />
E mentre a Roma impazza il caldo mi rifugio alla Festa dell’Unità di Roma, dove silenziosi si attende la vittoria della socialdemocratica Spagna. E mentre anche il secondo tempo scorre con qualche emozione, Sneijder che si fa parare un tiro incredibile da Casillas.<br />
I tempi supplementari vedono una Spagna decisa all’attacco che si vuole prendere la partita e al 118’ minuto del secondo tempo supplementare Iniesta, il giocatore che non ti aspetti sigla un gol bellissimo che porta la Spagna sul tetto più alto del mondo.<br />
Lacrime e abbracci e la Spagna è Campione del Mondo per la prima volta nella sua storia.<br />
E alla Festa dell’Unità trovano il modo per far arrabbiare gli spagnoli accorsi spegnendo la partita mentre Casillas alza la Coppa del Mondo.<br />
La Spagna ha vinto, lo aveva detto il polpo Paul e lo speravo anche io, che dismessi i panni del cronista, penso di aver visto una finale bruttina, forse normale, ma sono felice per la Spagna, un Paese che finalmente sta uscendo da una lunga transizione democratica. E’ un Paese che ama la vita, cosa che non facciamo più noi, è un Paese che vota con coscienza critica, cosa che noi non facciamo da tempo. Non vorrei scadere nel facile luogo comune del giornalista italiano di sinistra felice perché un Paese rosso abbia vinto, ma vorrei solo far notare che un popolo felice è un popolo che riesce meglio in tanti campi della propria vita sociale e pubblica.<br />
La Spagna ha meritato questa Coppa per i tanti sorrisi negati da Franco, per le tante menzogne di Aznar e per l’impegno che ci ha messo sul campo. E’ un Paese attraversato dal vento, un Paese complesso ma che sceglie.<br />
Mentre Casillas alzava la Coppa del Mondo pensavo che anche noi dovremmo tornare a scegliere e non ad essere scelti, dovremmo tornare ad essere felici e a convocare in Nazionale i giocatori migliori che abbiamo come Cassano, Totti, Del Piero, Balotelli e via dicendo.<br />
Perché lo scegliere la fantasia genera sempre felicità. O almeno ci prova.</p>
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		<title>Manutenzione sito</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 09:26:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
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		<category><![CDATA[massimiliano coccia]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>
		<category><![CDATA[sito]]></category>

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		<description><![CDATA[Cari amici,
come avrete potuto notare il sito non è accessibile in tutte le sue parti e funzionalità.
Stiamo provvedendo a risolvere il tutto e presto troverete tutti i contenuti e tutti gli articoli
sotto una nuova veste grafica.
Grazie per la consueta attenzione,
Massimiliano Coccia
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cari amici,</p>
<p>come avrete potuto notare il sito non è accessibile in tutte le sue parti e funzionalità.<br />
Stiamo provvedendo a risolvere il tutto e presto troverete tutti i contenuti e tutti gli articoli<br />
sotto una nuova veste grafica.<br />
Grazie per la consueta attenzione,<br />
Massimiliano Coccia</p>
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		<title>&#8220;La malinconia del vero &#8211; Viaggio nell&#8217;arte di Ettore de Conciliis&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jun 2010 14:02:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Novità]]></category>

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		<description><![CDATA[A Palazzo Sant&#8217;Elia, a Palermo, torna l&#8217;arte figurativa contemporanea, con la mostra di Ettore De Conciliis.
L&#8217;artista campano, esponente di spicco dell&#8217;arte pubblica, è il protagonista di &#8220;Ettore De Conciliis. Opere 1982-2010&#8243;, antologica sul periodo piu&#8217; intimista della sua produzione, promossa dalla Provincia e curata dallo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun.
Ad inaugurare la mostra, domani, alle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A Palazzo Sant&#8217;Elia, a Palermo, torna l&#8217;arte figurativa contemporanea, con la mostra di Ettore De Conciliis.</p>
<p>L&#8217;artista campano, esponente di spicco dell&#8217;arte pubblica, è il protagonista di &#8220;Ettore De Conciliis. Opere 1982-2010&#8243;, antologica sul periodo piu&#8217; intimista della sua produzione, promossa dalla Provincia e curata dallo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun.</p>
<p>Ad inaugurare la mostra, domani, alle 20, nei saloni del piano nobile, il presidente della Provincia Giovanni Avanti e l&#8217;autore, con il curatore e il presidente dell&#8217;associazione Il Cigno, Lorenzo Zichichi.</p>
<p>L&#8217;esposizione resterà in allestimento fino al 12 settembre. Visite al pubblico gratuite, tutti i giorni, dalle 10.30 alle 13.30 e dalle 16.30 ale 20; chiusura il sabato e la domenica.</p>
<p>Sarà inoltre presentato il documentario &#8220;La malinconia del vero &#8211; Viaggio nella pittura di Ettore de Conciliis&#8221; scritto da Massimiliano Coccia e Martina Donati, per la regia di Andrea Rusich.  Il documentario che attraversa la vita e le opere di un grande artista internazionale che con le sue opere di arte pubblica (Murale della Pace, Memoriale di Portella della Ginestra, Parco della Pace) ci racconta i mutamenti del nostro Paese attraverso la descrizione della &#8220;natura umana&#8221; e con la sua pittura più intimista ci regala uno sguardo diverso sul paesaggio, donando un respiro ampio e globale che è al centro della sua poetica.</p>
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		<title>Riflessioni di giugno</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Jun 2010 18:40:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Novità]]></category>

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		<description><![CDATA[Oggi a Palestrina abbiamo ritirato la menzione speciale per &#8220;Una notte a Primavalle&#8221;, un momento bellissimo, che mi ha fatto riflettere tanto. Su una platea di 500 studenti di Palestrina nessuno, conosceva la storia della famiglia Mattei e il 99% ignorava cosa fossero gli anni di piombo. Adesso penso a che Paese stiamo costruendo, a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi a Palestrina abbiamo ritirato la menzione speciale per &#8220;Una notte a Primavalle&#8221;, un momento bellissimo, che mi ha fatto riflettere tanto. Su una platea di 500 studenti di Palestrina nessuno, conosceva la storia della famiglia Mattei e il 99% ignorava cosa fossero gli anni di piombo. Adesso penso a che Paese stiamo costruendo, a che classe dirigente stiamo sfornando, se nella ricca provincia di Roma 500 studenti ignorano gli ultimi 40 anni di storia recente del nostro Paese.<br />
Ritirando quella menzione tra i loro applausi mi sono sentito piccolo, perché nei loro occhi c&#8217;era voglia enorme di sapere, di conoscere di ascoltare, c&#8217;era la disperata voglia e chiedevano di essere liberati dalla dittatura dell&#8217;ignoranza di cui sono succubi e di cui le loro famiglie e i loro professori sono complici, incartati da orrende riforme e stupide burocrazie.<br />
Voglio ritornare in quelle scuole, tra quegli studenti, lo prendo come un impegno, ma vorrei che chi sa raccontasse, vorrei che chi è consapevole adottasse moralmente e culturalmente uno studente. Salveremo un pò il nostro Paese. Investiamo nella scuola adesso che tutti tagliano, moltiplichiamo i nostri sforzi, prima che sia troppo tardi.</p>
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