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	<title>Massimiliano CocciaMassimiliano Coccia</title>
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		<title>Il segno delle orme &#8211; Dal 19 Aprile al 25 Maggio alla Casa della Memoria</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Apr 2012 22:29:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[IL SEGNO DELLE ORME le strade dell&#8217;arte nella memoria del futuro CASA DELLA MEMORIA E DELLA STORIA &#124; 20 aprile – 25 maggio 2012   a cura di Pierluigi Berto, Bianca Cimiotta Lami, Dario Evola   Alla Casa della Memoria e della Storia il simbolico incontro tra due generazioni di artisti che dipingono il dolore, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><strong><a href="http://www.massimilianococcia.com/wp-content/uploads/2012/04/LOCANDINA_ORME.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-736" title="LOCANDINA_ORME" src="http://www.massimilianococcia.com/wp-content/uploads/2012/04/LOCANDINA_ORME-131x300.jpg" alt="" width="131" height="300" /></a>IL SEGNO DELLE ORME</strong></p>
<p align="center"><strong>le strade dell&#8217;arte nella memoria del futuro</strong></p>
<p align="center"><strong>CASA DELLA MEMORIA E DELLA STORIA | 20 aprile – 25 maggio 2012</strong></p>
<p align="center"><strong> </strong></p>
<p align="center">a cura di Pierluigi Berto, Bianca Cimiotta Lami, Dario Evola</p>
<p align="center"><em> </em></p>
<p align="center"><em>Alla Casa della Memoria e della Storia il simbolico incontro </em></p>
<p align="center"><em>tra due generazioni di artisti che dipingono il dolore, l’impegno e la Resistenza</em></p>
<p align="center"><strong><span style="text-decoration: underline;"> </span></strong></p>
<p align="center"><strong><span style="text-decoration: underline;">Inaugurazione 19 Aprile 2012 – ore 17.30</span></strong></p>
<p align="right">
<p><em></em>La mostra collettiva di pittura, grafica e scultura &#8220;Il segno delle orme &#8211; Le strade dell&#8217;arte nella memoria del futuro&#8221; pone a confronto gli allievi dell&#8217;Accademia di Belle Arti di Roma con gli artisti della generazione del secondo dopoguerra che hanno partecipato attivamente alle vicende che hanno segnato la Liberazione e la Resistenza.</p>
<p>Il percorso composto da sedici opere d&#8217;arte si snoda partendo dall&#8217;intimità esistenziale suggerita dalle opere di Vespignani fino ad arrivare alla narrazione di una dolorosa memoria collettiva ispirata da Käthe Kollwitz, unendo le arti e le storie di due generazioni a confronto, che appaiono lontane ma che sono vicine per tensioni, idealità e voglia di cambiamento.</p>
<p>Una memoria che affonda le sue radici nel passato recente del nostro Paese ma che volge il suo sguardo al futuro illuminando colori e linee che contribuiscono a ricostruire paure e lotte di coloro che erano &#8220;ragazzi&#8221; negli anni della Resistenza e della ricostruzione civile e morale dell&#8217;Italia.</p>
<p>Gli artisti coinvolti nell’esposizione sono: Sabina Bernard, Alexandra Bolgova, Gianluca Brando, Laura Cirillo, Michele D’Aloisio, Francesco Di Traglia, Martina Donati, Mario Giordano, Renata Lefel, Gabriele Luciani, Giorgia Marzi, Luigina Massariello, Monica Neri, Uber Passatelli, Giovanni Sigrisi, Claudio Silvano.</p>
<p>Per Dario Evola, è questo un progetto – come scrive nel catalogo della mostra &#8211; dove «l’oggetto dei disegni prodotti da questa compagnia di incamminati è la memoria, le cui opere sono la testimonianza di uno sguardo non vissuto direttamente, ma come trasmissione di una esperienza in una corrente ad alta tensione emotiva, quella che passa dal filo della memoria e dell’esperienza estetica. Il segno artistico è progetto di una esperienza, è atto etico nel passaggio estetico».</p>
<p>Di memoria e di memorie, di vite e storie, parlano queste opere d’arte, le quali permettono che la Casa della Memoria si trasformi, cambi pelle perché, come afferma l’Assessore Dino Gasperini sempre nel catalogo della mostra, «la Casa della Memoria e della Storia diventa anche casa della memoria e della storia dell’arte e nell’arte, senza per questo snaturare la propria vocazione e la propria “missione”. L’arte qui riletta e raccontata è quella di documentazione e denuncia di violenze, atrocità e orrori che l’uomo ha commesso ma non può e non deve dimenticare».<br />
<span id="more-735"></span><br />
L’iniziativa, ideata e patrocinata dalla F.I.A.P. (Federazione Italiana Associazioni Partigiane) di Roma e Lazio presieduta da Vittorio Cimiotta, è promossa da Roma Capitale Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico, Dipartimento Cultura &#8211; Servizio Programmazione e Gestione Spazi Culturali &#8211; in collaborazione con Zètema Progetto Cultura e Biblioteche di Roma. La mostra è a cura di Bianca Lami Cimiotta, Dario Evola e Pier Luigi Berto. Il catalogo è edito da Edizioni Ensemble.</p>
<p>Il 19 aprile alle ore 17,30, un necessario momento di riflessione darà l’avvio alla serata inaugurale con presentazione della mostra e del catalogo alla presenza di Daniele Regard Presidente Unione Giovani Ebrei d&#8217;Italia e Carla Di Veroli del direttivo ANED Roma.</p>
<p>Durante la serata gli attori Marco Palladini, Marco Solari e Alessandra Vanzi leggeranno alcuni brani tratti dal <em>Diario (1943-1944</em>) di Renzo Vespignani (Carte Segrete), alcune fra le <em>Lettere dei condannati a morte della Resistenza </em>(Einaudi) e il brano <em>Paura della pittura</em> tratto dal romanzo di Carlo Levi <em>Paura della libertà </em>(Einaudi).</p>
<p><strong> Casa della Memoria e della Storia</strong></p>
<p>Via San Francesco di Sales, 5 (Trastevere) – Roma</p>
<p>dal lunedì al venerdì, 9.30 &#8211; 20.00 sabato e domenica chiuso</p>
<p>chiuso 25 e 30 aprile e 1° maggio 2012</p>
<p>Tel. 060608, 06 6876543 <a href="http://www.casadellamemoria.culturaroma.it/">www.casadellamemoria.culturaroma.it</a>; <a href="http://casamemoria.wordpress.com/">http://casamemoria.wordpress.com</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>INGRESSO LIBERO</strong></p>
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		<title>Racconti fatali</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Mar 2012 23:34:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[argentina]]></category>
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		<category><![CDATA[fantastico]]></category>
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		<description><![CDATA[Di Massimiliano Coccia (Il Recensore) La casa editrice “Nova Delphi” fa scoprire al pubblico italiano i “Racconti fatali” di Leopoldo Lugones, poeta, giornalista, narratore argentino, che ha saputo dare spirito, corpo e sostanza al racconto fantastico sudamericano, considerato da Borges e Cortàzar un vero e proprio maestro. La vita di Lugones fu segnata da numerose [...]]]></description>
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<div></div>
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alt="" /><br />
Di Massimiliano Coccia (Il Recensore)<br />
La casa editrice “Nova Delphi” fa scoprire al pubblico italiano i “Racconti fatali” di Leopoldo Lugones, poeta, giornalista, narratore argentino, che ha saputo dare spirito, corpo e sostanza al racconto fantastico sudamericano, considerato da Borges e Cortàzar un vero e proprio maestro. La vita di Lugones fu segnata da numerose svolte e frequenti cambiamenti, sopratutto politici,passò dal socialismo al liberalismo e poi al conservatorismo e infine al fascismo e alla speranza che una svolta autoritaria dell’Argentina potesse portare il Paese fuori da un dibattito che si era aggrovigliato su se stesso. Lugones non chiese mai alla politica, tanto rifiutare, durante il governo militare e conservatore, il direttorio della Biblioteca Centrale Argentina.</p>
<p>Ne i “Racconti fatali” Lugones sembra erigere le fondamenta per la nuova letteratura sudamericana, pulita dagli orpelli del localismo e della costante introspezione e varca le porte Scee del fantastico creando col lettore una sorta di patto  dove il narratore onnisciente dei primi tre racconti (Il vaso di alabastro, Gli occhi della Regina e Il pugnale), conduce per  mano il lettore fino a confonderlo su cosa sia reale e cosa sia fantastico, mescolando come ne “Il vaso di alabastro” e “Gli occhi della Regina” alle importanti scoperte in ambito archeologico che tra l’800 e i primi decenni del ‘900 fecero sognare molti studiosi sulla natura della civiltà egizia e della natura della specie umana stessa. La prosa di Lugones è quindi fantastico-antropologica dove l’uomo/narratore sembra chiedersi il significato delle proprie origini e del proprio futuro, rifugiandosi nell’archetipo della magia e del fantastico. E’ prosa irrazionale e delle origini che però si lega ad un fantastico “reale”, quando ne “Il segreto di Don Giovanni” e in “Agueda” il contesto diventa la quotidianità argentina.<span id="more-729"></span></p>
<p>Leopoldo Lugones segna con i “Racconti fatali” proprio una passerella tematica ed ideale tra originario e quotidiano, creando una realtà mitica e forte, che arriva con intatta attualità fino ai giorni nostri, perché il “destino fatale” che lega tutti i racconti, una forza oscura dove, né l’archeologo che muore inebriato dai profumi del Faraone non può che accettare la fatalità della sua scoperta e la fatalità del suo destino, né il Don Giovanni reincarnato che spazia tra luoghi ed epoche, possono opporsi a questo.</p>
<p>La scrittura di Leopoldo Lugones, sapientemente tradotta, è figlia di questo flusso narrativo, scorrevole ed incessante, un ritmo forte che taglia il fiato e ci conduce ad un punto visivo di non ritorno. Lugones si estranea ed estranea la sua scrittura, creando quel mondo originario nella sua Argentina, dove niente è più forte della storia e del destino, lo stesso destino che lo porterà a togliersi la vita in un hotel per cause mai chiarite, ma forse questa opera, può chiarirle, perché Lugones si sentiva parte di quella fatalità, sentendosi figlio della terra e delle idee, opponendosi alla realtà e divenendo parte di quel significato sincretico ed esoterico della terra argentina che ha cercato per una vita intera, ponendo con quel suicido, l’immortalità della sua figura e della sua anima innovatrice che è fondamento della nuova cultura sudamericana. Una raccolta da leggere per capire un mondo nuovo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Leopoldo Lugones</strong>, poeta, narratore, giornalista e storiografo argentino, nasce a Córdoba nel 1874. Fa il suo esordio letterario con l’importante raccolta lirica Las montañas del oro (1897), ispirata da sentimenti umanitari e socialisti, cui seguono Los crepúsculos del jardín (1905) e Lunario sentimental (1909). Nel 1916 riunisce, sotto il titolo di El payador, una serie di conferenze dove, per primo, riconoscerà l’influenza del poema epico Martín Fierro sulla formazione dell’identità culturale del popolo argentino. I suoi racconti riuniti nelle raccolte Las fuerzas extrañas (1906) e Cuentos fatales (1924) sono oggi considerati dalla critica internazionale precursori della narrativa breve in America latina tanto che scrittori come J.L. Borges e J. Cortázar non esiteranno a definirlo loro indiscusso “maestro”. Il 18 febbraio del 1938 Lugones si toglie la vita in un hotel non distante dalla sua amata Buenos Aires per ragioni ancora misteriose.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Autore: Leopoldo Lugones</p>
<p>Titolo: Racconti fatali</p>
<p>Editore: Nova Delphi</p>
<p>Anno: 2012</p>
<p>Pagine: 176</p>
<p>Prezzo: 9 Euro</p>
</div>
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		<title>Gli occhi di Lucio.La poesia di Lucio Dalla</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Mar 2012 23:27:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Massimiliano Coccia (Il Recensore) I grandi se ne vanno così, un giorno come tanti altri, mentre ti stai svegliando, magari mentre saluti la donna che ami con un sorriso, se ne vanno come sono venuti al mondo, in silenzio, portando al cuore l’ultimo applauso del pubblico per stringerlo a sé, per renderlo eterno. E [...]]]></description>
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<div><a href="http://www.massimilianococcia.com/wp-content/uploads/2012/03/libroluciodalla-1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-726" title="libroluciodalla-1" src="http://www.massimilianococcia.com/wp-content/uploads/2012/03/libroluciodalla-1.jpg" alt="" width="112" height="165" /></a></div>
<div>di Massimiliano Coccia (Il Recensore)<br />
I grandi se ne vanno così, un giorno come tanti altri, mentre ti stai svegliando, magari mentre saluti la donna che ami con un sorriso, se ne vanno come sono venuti al mondo, in silenzio, portando al cuore l’ultimo applauso del pubblico per stringerlo a sé, per renderlo eterno.</div>
<p>E così, all’improvviso, ci ha lasciato Lucio Dalla, uno dei cantautori più emozionali del nostro tempo, che è riuscito a penetrare nel codice genetico della musica italiana cambiandola per sempre.</p>
<p>Se Lucio Battisti ha rivoluzionato la musica leggera con Mogol, Dalla ha ibridato le molteplici tradizioni che il nostro Paese conserva, creando un miscuglio di sonorità dove la leggerezza della musica faceva da contrafforte ai temi non sempre spensierati che Dalla cantava. Ma il piccolo grande bolognese apparteneva al mondo, era un jazzista nero di New Orleans e un consumato blues man di periferia, uno scugnizzo che saltellava tra le note di una canzone e un poeta delicato che raccontava un amore rivolto sempre al futuro.</p>
<p>Lucio Dalla era questo soprattutto, un uomo che rimirava l’orizzonte con passione e speranza, pensando più al giorno, al mese e all’anno che verrà che a quello appena trascorso. La sua morte sembra innaturale, sembra quasi un furto, una cosa da scatenare una guerra tra uomini e dèi, perché la presenza di Lucio Dalla nella vita culturale del Paese era qualcosa di certo e inequivocabile, quel mondo fatto di “tante finestrelle colorate”, di “disperati ed erotici stomp”, di mari che luccicano, di “santi che pagano il pranzo”, di figli sperati e sogni scoloriti, in quel mondo ci siamo nati e vissuti senza badare tanto alle generazioni e alle cose che cambiavano, in quel mondo non esiste il tempo della storia, ma solo quello del cuore che batte e non sa fermarsi.</p>
<p><span id="more-725"></span>Dalla è morto come il grande tenore Caruso, in un hotel che si affacciava su uno specchio d’acqua, come Caruso ha saputo essere uno spregiudicato innovatore della voce e della parola cantata, come Caruso ha legato il suo destino al suo vagare per il mare della scoperta. Era un esploratore Dalla, che guardava ogni cosa con gli occhi e la curiosità del bambino, lo stesso bambino che si condeva lazzi e sorrisi durante i concerti, trasformandolo in una dolce figura circense.<br />
Con Lucio Dalla perdiamo i suoi occhi, capaci di ridere del futuro e del presente, di raccontare di quella volta che incontrò una puttana o che strinse la mano ad un re, perché Dalla era così, aulico e popolare, elegante e straccione, piccolo e forte, basso ma alto, era la contraddizione più bella della musica d’autore e ci mancherà, non basteranno le raccolte che ci propineranno e che forse compreremo, ci mancherà la canzone che parlerà alla nostra anima senza farcelo pesare.</p>
<p>Rimane il rammarico per non averlo potuto salutare per bene, per non aver pensato a quanto fosse importante la sua presenza sul palco dell’Ariston mentre dirigeva e cantava “Nanì” il suo ultimo regalo, perché come scriveva Foster Wallace “è difficile notare quello che vedi tutti i giorni”, ma “Nanì” è il suo testamento, è la sincera storia di quanto amore si può dare senza pretenderlo in cambio e se lo avessimo saputo prima che Lucio Dalla avrebbe fatto finire così il primo atto lo avremmo abbracciato un po’ di più e lui ci avrebbe sussurrato: “Amore mio non devi stare in pena, questa vita è una catena, qualche volta fa un po’ male”.</p>
<p>Se in questi giorni volete capire meglio la figura di Lucio Dalla, vi consiglio il libro-Dvd, “Gli occhi di Lucio”, scritto con Marco Alemanno. E’ una biografia pura, senza orpelli, dove stelle e parole vanno di pari passo e dove con la fisarmonica sotto braccio possiamo ritrovare la semplicità di un grande innovatore della canzone italiana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Autori: Lucio Dalla &amp; Marco Alemanno</p>
<p>Titolo: Gli occhi di Lucio. Con CD Audio. Con DVD</p>
<p>Editore: Bompiani</p>
<p>Pagine: 168</p>
<p>Costo: 20,50 euro</p>
</div>
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		<title>Con dolce curiosità &#8211; Tributo ad Andrea Zanzotto</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Feb 2012 17:08:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tributo a Zanzotto Un volume su Andrea Zanzotto. Un tributo che, con l’intervento di alcuni studiosi non vuole fornire un’univoca chiave di lettura di un corpus letterario fin troppo vasto, ma uno strumento di analisi per la poesia di uno dei maggiori intellettuali del nostro tempo. Il poeta di Pieve di Soligo è riuscito a [...]]]></description>
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<h1>Tributo a Zanzotto</h1>
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<p><a href="http://www.edizionidellasera.com/wp-content/uploads/2012/01/zanzotto-cop.png"><img title="Copertina zanzotto-small" src="http://www.edizionidellasera.com/wp-content/uploads/2012/02/Copertina-zanzotto-small.png" alt="" width="98" height="106" /></a>Un volume su<strong> Andrea Zanzotto</strong>. Un tributo che, con l’intervento di alcuni studiosi non vuole fornire un’univoca chiave di lettura di un <em>corpus</em> letterario fin troppo vasto, ma uno strumento di analisi per la poesia di uno dei maggiori intellettuali del nostro tempo.</p>
<p>Il<strong> poeta di Pieve di Solig</strong>o è riuscito a raccontare e a far coniugare il “silenzio della Natura” e le “violenze della Storia”, il “sacro” e la “scienza”, l’“ordine” e il “disordine”. I grandi interrogativi dell’uomo e della società occidentale non trovano forse risposte ma lasciano dietro di loro un messaggio profondo di speranza. Una lode alla realtà e al vivere quotidiano scandito dalle stagioni.</p>
<p>Il titolo di questo volume, “<strong><em>Con dolce curiosità</em></strong>“, curato da Matteo Chiavarone, rimanda ad una omonima poesia all’interno di “Sponda al sole”, seconda sezione di <em>Dietro il paesaggio,</em> e vuole essere la “dichiarazione d’intenti” del curatore e degli autori presenti nel libro. Tre parti di cui una è dedicata in un certo senso ai “saluti”, con un breve ricordo di <strong>Paolo Di Paolo</strong>, giovane autore che sta facendo parlare molto di sé e che conobbe Zanzotto qualche anno fa, lui studente di liceo e il poeta già ottantenne; e un necrologio scritto dall’intellettuale francese Philippe Di Meo per “La Quinzaine littéraire” (numero 1048 del 1° al 15 novembre 2011) e gentilmente offertoci dall’autore.</p>
<p>La seconda parte, la più corposa, è una raccolta di saggi molto diversi tra loro per stile e contenuto. Gli aspetti trattati – linguistici, contenutistici, letterari – sono stati scelti dagli autori (professori, intellettuali, poeti e studiosi in genere) in piena libertà affinché si potesse guardare all’opera zanzottiana con uno sguardo intimo e personale.</p>
<p>Infine, in appendice, un’intervista eseguita nel 1993 da Vera Lúcia de Oliveira (Maccherani), nell’ambito di “Poesia a Palazzo dei Priori” del Merendacolo di Perugia e pubblicata sulla Revista da APIESP – Associação de Professores de Italiano do Estado de São Paulo ma ancora inedita in Italia (se ne trova però traccia su internet, all’indirizzo personale dell’autrice).</p>
<p>Quello che ne viene fuori è un volume agile, capace però di cogliere, a suo modo, la <strong>parabola poetica dell’autore</strong>. Un testo che guarda e osserva con un gusto voyeuristico, dentro le parole, i suoni, le immagini. Scruta insomma dentro <strong>i versi di Zanzotto</strong>, dentro quella natura che con tanta forza il poeta, in tutta la sua opera, ci ha voluto disegnare. E lo fa nella maniera migliore: <em>con dolce curiosità</em>.</p>
<p><strong>Massimiliano Coccia partecipa con il saggio &#8220;Una storia d&#8217;amore&#8221;.</strong></p>
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		<title>Vacanze di Natale &#8211; Racconti (Cooper)</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Jan 2012 15:10:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="padding-left: 30px;"><a href="http://www.massimilianococcia.com/wp-content/uploads/2012/01/3442876.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-712" title="3442876" src="http://www.massimilianococcia.com/wp-content/uploads/2012/01/3442876.jpg" alt="" width="139" height="220" /></a></p>
<p style="padding-left: 30px;">&#8220;C&#8217;è ben poca voglia di &#8220;evasione nella gran parte di questi racconti, come se chi vive e scrive oggi in Italia fosse ben consapevole della difficoltà non solo di attraversare questo tempo pesante e grigio, ma anche soltanto di immaginarsi un futuro prossimo o lontano fuori dal vuoto intorno e di fronte a noi che è adesso il nostro Paese. È vero, il mondo è diventato povero, e si viaggia davvero poco nel libro che avete tra le mani, però questi dieci racconti, di voci e stili molto diversi tra loro, sanno ugualmente sorprenderci con la loro onestà, e mostrarci, a volte in modo impietoso, a volte strappandoci un sorriso, qual è davvero la vita in Italia, oggi. Buone &#8220;Vacanze di Natale&#8221; a voi. (Dalla nota del curatore,Simone Caltabellota).&#8221;</p>
<p>Ecco l&#8217;elenco dei racconti:</p>
<ul>
<li>Barbaro Matteo –  <strong><em>J.H scomparso       </em></strong></li>
<li>Buccarella Cosimo  –   <strong><em>Panda</em></strong></li>
<li>Coccia Massimiliano – <strong><em> Rapido 904  </em></strong></li>
<li>Cordisco Giampiero –  <strong><em>Il solito paio di guanti       </em></strong></li>
<li>Garbarini Simona  –  <strong><em>Cristalli       </em></strong></li>
<li>Ledda Rachele  –  <strong><em>Luci di dicembre     </em></strong></li>
<li>Mondin Natan   – <strong> <em>Come il sorriso della hostess       </em></strong></li>
<li>Renzoni Tommaso –   <strong><em>L’uomo senza paura       </em></strong></li>
<li>Rochira Daniela  –  <strong><em>Notte di neve       </em></strong></li>
<li>Settembrini Eddie  – <strong><em> Approfitto delle vacanze di Natale per pensarci su<br />
</em></strong></li>
</ul>
<p style="padding-left: 30px;">In questa antologia troverete &#8220;Rapido 904&#8243; un mio racconto sulla &#8220;Strage di Natale&#8221; avvenuta nel 1984.<br />
Trovate il volume in libreria o nei book shop on-line.<br />
Buona lettura.</p>
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		<title>Le omissioni</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 07:12:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[articolo di Massimiliano Coccia (flaneri.com &#8211; Flanerì) I veri libri di poesia sono rari, molto rari, una felice scoperta è stato leggere Le omissioni, di Ottavio Fatica, uno dei migliori traduttori italiani che sta curando da alcuni anni la ritraduzione completa di Rudyard Kipling. I versi di Fatica giungono alla fine di un lungo cammino [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="immagine"><a href="http://www.massimilianococcia.com/wp-content/uploads/2011/10/Immagine-1.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-709" title="Immagine 1" src="http://www.massimilianococcia.com/wp-content/uploads/2011/10/Immagine-1-227x300.png" alt="" width="227" height="300" /></a></p>
<div id="descrizione">
<h3></h3>
<h4>articolo di Massimiliano Coccia (flaneri.com &#8211; Flanerì)</h4>
</div>
</div>
<div id="body">
<p>I veri libri di poesia sono rari, molto rari, una felice scoperta è stato leggere <strong><em>Le omissioni</em></strong>, di Ottavio Fatica, uno dei migliori traduttori italiani che sta curando da alcuni anni la ritraduzione completa di Rudyard Kipling.<br />
I versi di Fatica giungono alla fine di un lungo cammino di ricerca linguistica e poetica, vi è la passione per la lingua e le figure retoriche, che però non fanno diventare i versi entità astratte o chiuse, bensì liberano il significante e il significato in tutta la loro completezza.<br />
Èpoesia di privazione quella di Fatica, di amore, di dubbio, di incertezze, è ricolma di vita, di ferite non rimarginate ed è in questo istante quando la ferita pulsa e sanguina che si percepisce il senso vero e profondo della sua poetica, perché la sua poesia non è esercizio linguistico o appunti distratti, ma è una ferita aperta, che brilla ancora al sole, che sgorga sangue e versi, una ferita, la stessa che per Italo Calvino è motivo della nostra battaglia quotidiana. Èun poeta silente Ottavio Fatica, che vive un rapporto conflittuale con l’intorno, dove la natura è un’entità misteriosa, una natura che strappa centimetri all’urbana metropoli, (<em>…e poi passando accanto/ alla boscaglia con un brivido/ avvertire una presenza/ […] e continuando/ a correre scoprire con più angoscia/  che mai che sei ignorato da uno scampolo di giungla sotto casa…</em>) , una natura,quindi, che ignora il cammino del passante e che raramente consola.<br />
Chi si aspettava un approccio accademico alla poesia da parte di uno dei più grandi traduttori italiani, ne rimarrà deluso, perché <em>Le omissioni</em> non rappresentano una summa poetica ma sono versi che pongono interrogativi e guardano avanti, sono enigmi irrisolti e sogni sussurrati che accompagnano le nostre sere e i nostri giorni di uomini e donne che si confrontano con la contemporaneità ed è per questo che la poesia di Fatica diventa “nuda mano sulla carne viva”, tocca i centri nervosi e porta sempre e comunque ad una reazione, sia essa un sospiro,una privazione o una gioia intima.<br />
<em>Le omissioni</em> sono quindi la dimostrazione che è ancora possibile fare poesia e con essa cercare di imbrigliare il tempo che fugge e scorre, un tempo pieno di affanno, ma «<em>è sempre tempo: il tempo di ora/ e non ha altro luogo</em>».</p>
</div>
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		<title>“L’inferno sono gli altri”: Intervista a Silvia Giralucci</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 07:11:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[intervista di Massimiliano Coccia (flaneri.com &#8211; Flanerì) Silvia Giralucci è una giornalista veneta, che ha vissuto sulla propria pelle la crudeltà degli anni ‘70 e della terribile stagione del terrorismo italiano, perché in una mattina di inizio estate del 1974 suo padre Graziano Giralucci, agente di commercio, insieme a Giuseppe Mazzola, carabiniere in congedo, entrambi [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="descrizione"><img src="http://www.flaneri.com/images/sized/fileblog/image_gallery-100x140.jpg" alt="" width="100" height="140" /></p>
<div id="descrizione">
<h3></h3>
<h4>intervista di Massimiliano Coccia (flaneri.com &#8211; Flanerì)</h4>
</div>
</div>
<div id="body">
<p>Silvia Giralucci è una giornalista veneta, che ha vissuto sulla propria pelle la crudeltà degli anni ‘70 e della terribile stagione del terrorismo italiano, perché in una mattina di inizio estate del 1974 suo padre Graziano Giralucci, agente di commercio, insieme a Giuseppe Mazzola, carabiniere in congedo, entrambi militanti dell’MSI, furono uccisi dentro la sezione di via Zabarella a Padova, dalle Brigate Rosse.<br />
Nel 1974 Silvia ha tre anni e crescerà cercando di capire e di ricostruire quello che avvenne quel 17 Giugno del 1974. Nel mezzo di questo percorso arriva il libro <strong><em>L’inferno sono gli altri</em></strong>, che racconta e scava in quel giorno di Giugno, permettendo al lettore di immergersi pienamente negli intrecci e nelle contraddizioni di quegli anni, di quella storia che diventa narrazione collettiva. La forza del libro di Silvia Giralucci è proprio questa, non diventare una sterile litania personale sul dolore e sulla perdita, sulle ingiustizie e sulla solitudine, ma invertire la rotta, creare una memoria condivisa non sulla carta, ma nel suo senso più profondo, mescolandosi, confrontandosi, scoprendo gli altri.<br />
<em>L’inferno sono gli altri</em> è una bella eccezione di questi tempi dove la memoria degli anni ’70 sembra essere protetta da vestali giornalistici del dolore e dove una vittima per comodità di Stato rimane tale, senza diventare motore di giustizia e verità.</p>
<p><em>L&#8217;inferno sono gli altri </em><strong>è una frase di Jean Paul Sartre riferita a quella sfera </strong><strong>di rapporti umani e sociali che portano alla creazione di barriere, relazioni </strong><strong>contorte che possono portarci all&#8217;inferno. Come mai un titolo così evocativo</strong><strong>e duro?</strong></p>
<p>Il titolo <em>L’inferno sono gli altri</em> è il risultato di lunghe discussioni con la mia editor di Mondadori, la bravissima e paziente Nicoletta Lazzari. Io volevo un titolo che richiamasse l’idea delle prospettive multiple, che raccontasse le difficoltà che abbiamo tutti a guardare il mondo anche con gli occhi del nemico, che sottolineasse la naturale tendenza a considerare la nostra violenza come inevitabile risposta a quelle che consideriamo aggressioni degli altri. Per la casa editrice era importante anche sottolineare la mia storia personale, il fatto che l’autrice fosse la figlia di una vittima del terrorismo. La citazione di Sartre aveva le fiamme, la dicotomia tra il noi e gli altri, l’idea delle prospettive e anche quella della sofferenza, e su questa ci siamo trovate d’accordo. Devo dire poi che mi sembra che come titolo funzioni perché ciascuno ci vede quel che crede. Il significato che gli dò io è molto diverso da quello che ci danno altri lettori. Va bene così.</p>
<p><strong>Il tuo non è il canonico libro sulla storia personale di chi, dalle parte </strong><strong>delle vittime, ha subito gli anni &#8217;70, ma vuole essere una ricerca letteraria, </strong><strong>sociale ed antropologica sul significato degli anni di piombo, com&#8217;è <span id="more-690"></span>stato </strong><strong>immergersi in storie diverse tra di loro e cercare di comprendere &#8220;il perché&#8221;?</strong></p>
<p>Non so se sia una ricerca letteraria, mi sento una giornalista che in questo caso ha usato la prima persona perché non sarebbe stato onesto nascondere ai lettori che questa storia tocca la mia carne. Ho lavorato con lo spirito della cronista, ho cercato di rapportarmi con i testimoni senza pregiudizi, lasciando che fossero loro a far emergere il loro mondo. Ciascuno è diventato la tessera di un puzzle, anche i pezzi non sempre combaciano, e molti mancano. Strada facendo ho capito che al fondo della mia ricerca c’era sicuramente il desiderio di comprendere le scelte e il destino di mio padre. L’ho cercato nelle storie delle persone che negli anni Settanta hanno rischiato, in modi diversi, la vita per le loro idee. Ciascuno mi ha restituito un tratto di umanità che poteva essere sua, e sicuramente questo mi dà una maggior serenità.</p>
<p><strong>Quando uccisero tuo padre avevi 3 anni, quanto c&#8217;è in questo libro </strong><strong>di quella bambina?</strong></p>
<p>Credo emerga il dolore che purtroppo gli anni non hanno sopito, ma c’è anche l’idea che per guardare avanti è necessario confrontarsi e superare la rabbia.</p>
<p><strong>C&#8217;è stato un momento duro, un momento in cui hai pensato che questo </strong><strong>libro non l&#8217;avresti mai terminato?</strong></p>
<p>I momenti difficili sono stati tanti, ma non per motivi interni al libro. La materia è così appassionante che avrei voluto dedicarmici giorno e notte. E invece di giorno lavoravo a tempo pieno all’ufficio stampa della Giunta regionale a Venezia, la sera e nei fine settimana faccio la mamma e per la scrittura mi rimaneva solo la notte. Quando non crollavo. Èstato un bel sollievo anche per i miei figli quando finalmente è uscito il libro.</p>
<p><strong>Qual è stato il metodo di indagine e di scrittura?</strong></p>
<p>Ho lavorato per rispondere alla mia curiosità. Mettere nero su bianco è stato un modo di fare ordine, di impormi una data di fine, perché quando scavo mi pare sempre di non essere ancora arrivata abbastanza in fondo. Per fortuna ci sono le scadenze dell’editore.</p>
<p><em>L&#8217;inferno sono gli altri </em><strong>sta girando molto l&#8217;Italia, quale bagaglio </strong><strong>riporti da queste presentazioni?</strong></p>
<p>Le occasioni sono molto diverse: la prima a Padova, il giorno del mio 40esimo compleanno, è stata una festa dove c’erano persino i compagni di liceo. In giro per l’Italia sono stata in luoghi e situazioni molto diverse: dai festival letterari alle feste di partito. Il libro si presta a molteplici chiavi di lettura: ad Atreju ,il meeting dei giovani del Pdl, la presentazione con Walter Veltroni e Marcello De Angelis è diventata una discussione sugli anni Settanta, alla festa di Sinistra e Libertà a Padova ho finalmente dialogato con una ex di Autonomia presente tra il pubblico. A Bologna è venuto in libreria Mario Bortoluzzi, voce della Compagnia dell’Anello che sulla vicenda di mio padre ha scritto una canzone. E mi ha rimproverata per non aver approfondito nel libro la ricchezza del mondo della destra, il mondo di mio padre, il ruolo del Pci nell’inchiesta di Pietro Calogero che portò al 7 aprile. Ma devo dire, i contesti che preferisco sono quelli politicamente variegati.</p>
<p><strong>Una frase che rileggendola secondo te riassume il senso di tutto il libro?</strong></p>
<p>«<em>C’è sempre un’altra strada</em>». Ci sono persone che me la ripetono quando mi incontrano per strada.</p>
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		<title>Oltre il caso Penati</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Sep 2011 12:57:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Roma2013.org, nel bel mezzo del caso Penati, ha chiesto ad alcuni giovani esponenti del Pd di dare vita ad un dibattito sul futuro del Partito. Crediamo che sia la maniera più giusta per provare a capire cosa e come potrà essere il Pd del futuro. Crediamo che chiederlo alle forze giovani del Partito Democratico sia l&#8217;unica maniera per dare voce al cambiamento, che da più parti si chiede. Pubblichiamo l&#8217;intervento di Massimiliano Coccia, scrittore ed iscritto al Circolo Pd Alberone. </em><br />
di Massimiliano Coccia</p>
<p>Il caso Penati mi ha profondamente scosso, non perché pensassi che nel centrosinistra non ci potessero essere corruttori e corrotti, ma perché sinceramente credevo che quel metodo di tangenti e finanziamenti illeciti non ci appartenesse neanche nel sospetto.</p>
<p>Al di là di quello che la magistratura accerterà, c’è alla radice un problema che viene sollevato, ovvero il vincolo tra politica ed economia. Le due hanno spesso un rapporto insano, non basato sul merito, insieme creano clientele e mai meccanismi virtuosi e il perché è facile e assurdo da capire e risiede in una classe politica mediocre, interessata a se stessa e non alla collettività. Per questo la vicenda Penati, presa con le tutele del caso e il massimo rispetto per la presunzione di innocenza, nonché il rispetto per la magistratura, desta un senso preoccupante di vuoto e spaesamento nei cittadini che, semplicisticamente, non amano il garantismo e per loro quindi Penati è già colpevole. Quindi uguale agli altri, ragione per cui il PD è uguale agli altri perché ha il suo tasso di parlamentari migrati tra i Responsabili, i suoi condannati negli Enti Locali e via dicendo.<span id="more-686"></span></p>
<p>Il PD, in linea teorica, è uguale agli altri, ma in linea pratica non è così, perché il Partito Democratico è spesso vittima degli atteggiamenti errati dei singoli e non fa della ruberia e del malaffare un valore aggiunto. Il Partito Democratico non ha mai avuto bisogni di dire “facciamo il partito degli onesti”, è un partito di gente onesta. Esiste un problema di struttura e di disciplina, di etica e di moralità. Il PD è un partito dalle gambe molli, un’enorme lista civica scoordinata a livello locale, senza parole d’ordine chiare e forti, senza un codice etico rigoroso, senza un sistema di tutela nei circoli.</p>
<p>Un tempo il Partito Comunista Italiano aveva un codice etico ferreo dai territori fino alle direzioni nazionali, vi era un tessuto di vigilanza democratica su quello che avveniva all’interno, una sorta di pressione interna dove chi sbagliava era fuori, poteva magari continuare a sbagliare ma per conto suo e non a nome del Partito.</p>
<p>Questo confine nel PD non c’è, si fa un gran rumore quando ci sono diversità di vedute sulla politica, minacciando espulsioni o comitati dei garanti (vedi il caso Adinolfi) e su cose più serie tutto passa sotto banco.</p>
<p>Per questo il Partito Democratico se vorrà vincere la sfida con il futuro dovrà cambiare, partendo dal caso Penati e arrivando ad un codice etico che coinvolga tutti, dai consigliere comunali che preparano gli emendamenti, ai Sindaci che discutono grandi opere e grandi trasformazioni, con quella pressione e quel controllo necessario affinché gli elettori percepiscano la diversità. Perché nel Partito Democratico c’è molta etica, a differenza di quanto afferma Matteo Renzi, e l’etica è fatta dai militanti che organizzano feste, volantinaggi, che spiegano, incontrano cittadini. La forza etica di questa storica sono loro, siamo noi, il popolo democratico che con le lacrime agli occhi ha festeggiato le vittorie e ha pianto per le sconfitte. Occorre che quel fiume di etica, di moralità pervada le stanze e defenestri in tutti gli ambiti chi usa la comunità politica democratica come un bus per rincorrere i propri interessi e il proprio ego, perché  “il vento può diventare bufera, se la politica continuerà a sottovalutare l’indignazione che l’accompagna, o soffiare invano, se non si predisporranno quei mulini a vento necessari per raccogliere tutta questa energia rinnovabile&#8221;.</p>
<p>E partendo dalla delusione di questi mesi, dobbiamo essere questo vento che inverte la rotta e cambi energia, che permetta a tutti noi di affermare con forza che siamo diversi, in tutto.</p>
<p><em>Massimiliano Coccia &#8211; Scrittore, circolo Pd &#8211; Alberone</em></p>
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		<title>Lucian Freud</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Aug 2011 09:33:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Massimiliano Coccia (www.flaneri.com) Ho conosciuto un uomo qualche autunno fa, era in libreria, una libreria del centro di Roma e fuori faceva freddo. Se ne stava seduto in disparte su uno di quegli sgabelli che servono per prendere i libri. Aveva ritagli di giornale tra le mani che quasi accarezzava. Non sapevo chi fosse [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Massimiliano Coccia (www.flaneri.com)<br />
<a href="http://www.massimilianococcia.com/wp-content/uploads/2011/08/biografia_Lucian_freud_foto2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-681" title="dd270309s2f31" src="http://www.massimilianococcia.com/wp-content/uploads/2011/08/biografia_Lucian_freud_foto2.jpg" alt="" width="460" height="288" /></a></p>
<p>Ho conosciuto un uomo qualche autunno fa, era in libreria, una libreria del centro di Roma e fuori faceva freddo. Se ne stava seduto in disparte su uno di quegli sgabelli che servono per prendere i libri. Aveva ritagli di giornale tra le mani che quasi accarezzava. Non sapevo chi fosse era avvolto in un cappotto di lana e le sue mani sembravano dei rami d’alberi, di quegli alberi alti che si trovano o nella Foresta nera o nei sobborghi londinesi. Prese un libro e lo accarezzò guardava alcune immagini sotto il riflesso della luce, sorrise appena un poco ad una commessa dai capelli biondi e l’aria distratta, la fissò per un attimo come a volerla fotografare. Notai sui suoi pantaloni un po’ di colore giallo che emergeva e allora pensai a lui come ad un imbianchino o un manovale che leggeva un libro d’arte.<br />
<span id="more-680"></span><br />
Quell’uomo non era nulla di tutto questo, non era la figura anziana che avevo visto o forse immaginato, quell’uomo forse neanche c’era seduto lì, ma quel libro, quel catalogo, si. E’ allora che conobbi Lucian Freud, le sue pennellate silenziose e dure, la sua maledetta voglia di esserci, di raccontare questo nostro corpo così straziato dalla vita, raccontarlo talmente tanto da farlo vivere di vita propria, da farlo brillare di luce propria. Mi sono perso in quelle pagine, tra quei nudi così ruvidi e quella pelle di donne addormentate dall’amore o dalla noia e ho riso a vedere la Regina ritratta o mi sono quietamente assopito nel vedere una stanza con un panorama della vecchia Londra in sottofondo, quei genitali cadenti sul mondo, come a ricordare la lenta decadenza del genere umano.<br />
Lucian Freud non è stato un pittore, è un pittore che resisterà al declino del tempo e della memoria perché con la sua arte si può capire, amare, disprezzare, abbandonare, inventare, la sua arte è vita, vita che passa indenne alle mode e ai momenti. L’arte di Freud è cresciuta nei suoi 88 anni, come un figlio cresce nel ventre della madre, con la stessa voglia di venire al mondo che ha animato i suoi volti, celebri, sconosciuti, oscuri, che ha generato sulla tela.<br />
Con Lucian Freud scompare uno degli ultimi maestri della pittura contemporanea, lontano da etichette, tappeti rossi e sfarzo inutile, aveva la sua irascibilità e il suo mondo che cullava nella sua pittura, che diventava genesi e cosmogonia della bellezza. “Io amo l&#8217;ombra così come amo la luce. Ambedue sono necessarie perché un volto possa essere bello”, scriveva Nietzsche e Freud viveva della stessa importanza, scavava nell’ombra interiore dei personaggi, esaltava la visione prospettica dell’Io e del Super-Io, della luce e della lucentezza dell’anima che traspare dalle sue tele.<br />
Ogni uomo ha uno scopo su questa terra, ogni artista ha la propria meta e Lucian Freud dopo 88 anni di ricerca questa meta l’ha raggiunta, rendere abitate le proprie tele, renderle nuovi posti, nuovi mondi e forse adesso sarà da qualche parte a ridere di tutto questo rumore che ha suscitato la sua dipartita,  riderà di tutto questo che continua anche in sua assenza, riderà perché in ogni foto da vivo il suo broncio era perenne. Riderà anche di questo articolo e di quel ragazzo che per amore lo scopriva qualche anno fa, scambiando la sua presenza con un miraggio e confondendo un sogno con la vita vera.<br />
Se passate in libreria potete trovare il catalogo completo delle sue opere: <strong><em>Lucian Freud</em></strong>, di Feaver William, 2007, <em>Rizzoli, I Libri illustrati. </em>Perché basta un catalogo per conoscere un mondo nuovo.</p>
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		<title>Recensione di Francesco di Majo &#8211; L&#8217;Opinione (23.Giugno.2011)</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Jun 2011 21:39:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimiliano</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.massimilianococcia.com/wp-content/uploads/2011/06/Immagine-1.png"></a><a href="http://www.massimilianococcia.com/wp-content/uploads/2011/06/Immagine-1.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-667" title="Immagine 1" src="http://www.massimilianococcia.com/wp-content/uploads/2011/06/Immagine-1.png" alt="" width="422" height="653" /></a></p>
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