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Prove riuscite di bellezza. Intervista a Roan Johnson.

settembre 2nd, 2010 by massimiliano

“Prove di felicità a Roma Est” è il primo romanzo di Roan Johnson, scrittore pisano, con nome, cognome e radici anglosassoni. E’ un libro maturo e leggero, dolce, gioioso, dove le vite dei personaggi scorrono in maniera veloce, la velocità futurista della gioventù, la velocità bulimica delle metropoli, la velocità di uno sguardo o della penna che scrive sul foglio. Lorenzo Baldacci è il protagonista, un giovane toscano che scende nella Capitale per dare senso alla sua vita tra il diplomificio, Samira, la ragazza che ama tutti e alla fine non ama nessuno, il vecchio professore che gli fa ripetizioni e il suo lavoro di portapizze che lo porta a perdersi tra le pieghe della città. Tutto è normale, sullo sfondo c’è Roma, una città e salata, come i baci e il corpo di Samira, che contamina Lorenzo di un amore diverso, non convenzionale, un sentimento nuovo che gli apre mente e pensieri. Il libro ha una struttura narrativa agile ed è ben strutturato, nulla è banale e nulla è macchiettistico. Roma è descritta e vissuta profondamente e non si manifestano quei crolli strutturali propri di certa letteratura giovanile, dove la storia è poco importante e ad assurgere importanza è il luogo comune.
Roan Johnson fa scelte coraggiose e non strizza l’occhio a nessuno. Questo libro rientra nella mia personale categoria di libri necessari, ovvero quei libri che si aprono all’esterno perché c’è un impellente necessità del narratore, necessità interiore sempre meno rintracciabile nel panorama culturale italiano.

Abbiamo fatto qualche domanda a Roan Johnson, autore del libro e sceneggiatore.

Per te come per Lorenzo Baldacci, Roma è la città che ti ha accolto, che rapporto vivi con questa metropoli così strana?

Con Roma posso dire di avere una vera e propria storia d’amore. Una di quelle storie passionali, struggenti, pieni di litigate e scenate di gelosia. Insomma una storia d’amore complicata. Se dovessi mettere su Facebook il mio stato sentimentale con Roma dovrei mettere it’s complicated. E’ stata una storia d’amore complicata fin dall’inizio perchè lei mi ha snobbato. Non mi ha considerato per un paio di anni. Era troppo grande, ricca e importante per me. E quindi non me la dava. Non che le facessi una grande corte, anzi la snobbavo anche io, ad essere sinceri. Tornavo sempre dal mio primo grande e irraggiungibile amore che è Pisa. Pensavo che tutto quel che mi chiedeva Roma non valesse la pena. Mi sembrava che fosse piena di sè, incasinata, bella come una statua e quindi neanche troppo sexy. E lei mi lasciava andare, perchè lo sapeva che non mi sarei allontanato troppo. E infatti sono sempre tornato da lei.E a forza di questo annusarsi e schivarsi, dopo tre, quattro anni, ho iniziato a capirla, a vedere alcuni lati che teneva nascosti, e cioè che era scafata, greve ma anche colta, santa e papalina ma anche puttana, e soprattutto era piena di vita. Pullulava di vita. Aveva vissuto più di me e avrebbe vissuto sempre più di me. E lì è scoppiato l’amore. Mi ha fatto sentire grande in mezzo a le sue grandi vie, in mezzo ai suoi monumenti e gioielli, ai suoi seni materni e sensuali. Giravo estasiato per le sue vie e pensavo: sono l’uomo giusto al posto giusto, l’uomo giusto con la donna giusta. Ed è durata per un bel po’ questa sensazione. Poi, invece, piano piano, i dubbi sono riaffiorati, il suo abbraccio da sensuale è diventato soffocante. Ho capito il suo gioco: mi aveva sedotto, mi aveva detto che sarei potuto andare via quando volevo e non era vero. Mi aveva fatto credere di essere libero e mi aveva rinchiuso. Era puttana sì ma più per soldi che per passione. Era piena di vita sì ma era anche una vita caotica, nervosa, piena di lamenti e di rancori. Ecco, ora siamo due fidanzati di lungo corso. Io so che non farò mai figli con lei. Lei sa che non la abbandonerò mai. Litighiamo in continuazione, e rifacciamo pace appena ci allontaniamo di quel tanto così.

La gioventù intesa nel suo senso più profondo è al centro del romanzo, una gioventù diversa, precaria, che già ha un codice di vita da adulti, quanta innocenza hanno i personaggi del tuo libro?

Direi che c’è molta innocenza nei miei personaggi. Baldacci potremmo dire che parte con un grado cento di innocenza. Poi, piano piano la sua innocenza si corrompe. Ma non è un percorso che potremmo connotare come negativo. E’ un processo naturale. E’ la distanza che si crea fra l’infanzia e l’età adulta. Nel mezzo c’è, appunto, l’adolescenza. Che per Baldacci è una fase che è rimasta congelata per troppo tempo. E’ più comodo sedersi sulla tranquillità, sul perder tempo con entusiasmo, non mettere il naso fuori dal proprio guscio. E’ troppo facile essere innocenti quando ci si tiene lontano dalle acque sporche e torbide. Invece se ti immergi nella metropoli, nei posti più difficili, se ti sporchi con quel gioco che è la vita allora l’innocenza assume un connotato diverso. Forse solo allora ti confronti con l’innocenza per la prima volta. In fondo direi che Samia e anche Baldacci hanno una qualità dell’innocenza migliore del Baldacci dell’inizio. Forse c’è anche una qualità dell’innocenza e non solo una quantità.

Hai raccontato tante cose tutte insieme, la periferia, i diplomifici, il lavoro precario, l’amore, la ricerca di una stanza in affitto, da che punto di osservazione li hai analizzati e soprattutto come ti sei calato in queste realtà?

Le realtà che ho raccontato sono diverse e diverso è stato il grado di conoscenza che ne avevo. Alcune le conoscevo in prima persona, altre ci avevo vissuto, altre ne avevo sentito parlare e sono andato ad indagarle per scrivere il romanzo. Alcune sono mie esperienze personali che ho reinserito in contesti diversi. Mi sembrava però che fossero tutte importanti, che valesse la pena di raccontarle e ho provato a farlo senza cadere mai in un teorema, o negli stereotipi.

Ti occupi principalmente di cinema, come ti sei trovato in questa prima esperienza narrativa?

L’esperienza narrativa che ho vissuto per questo libro la potremmo definire un parto. Ha avuto una gestazione lunga, una fase molto dolorosa, e dopo di quella, il mio cervello – come accade per la memoria delle donne dopo il parto – si è così tanto nutrito di tutte quelle soddisfazioni della nascita di quel figliolo, dei complimenti degli amici e dei giornalisti e dei premi, che non ricorda più il dolore. Ora, poi che sono in una fase molto difficile perchè dovrei iniziare a girare un film, mi sembra proprio un’esperienza meravigliosa, assolutamente preferibile, sia professionalmetne che artisticamente che soprattutto, personalmente, al cinema. La colloco in una zona paradisiaca, onirica, meravigliosa. Rispetto alla macchinosità, alla grassezza, ai compromessi del cinema mi sembra un posto libero e proficuo, leggero, agile, e quindi più fertile. Ma se tu mi rifacessi la domanda fra un anno, la mia domanda potrebbe essere molto diversa.


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