Image 01

Archive for agosto, 2010

Sparigliare e innovare. Dialogo con Luca Sappino

venerdì, agosto 6th, 2010

di Massimiliano Coccia, per “Le Ragioni”

Luca Sappino è una bella promessa della politica romana, giovane esponente di Sinistra e Libertà cerca con campagne e militanza territoriale di cambiare le pratiche interne ai processi politici. Si sa che spesso tra il dire e il fare c’è di mezzo un oceano e Luca in questa breve intervista ci spiega come nel suo partito cerca di coniugare le idee con l’azione e come si sta trasformando Sinistra e Libertà. Con un occhio a Vendola.

In questi giorni c’è un gran mormorio intorno alle parole di Vendola sulla voglia di “sparigliare” il centrosinistra.  Non pensi che si debba forse creare un’alleanza anziché sparigliare il poco che esiste?

Dobbiamo intenderci sul significato della parola “sparigliare”, perché questo è un verbo che sa di sovvertimento, che ha quasi un sapore rivoluzionario, ma che sottointende la volontà di rimanere ben seduti al tavolo del gioco. “Sparigliare” vuol dire sfidare l’abitudine di subalternità del centrosinistra, vuol dire svincolare la politica dal potere, il governo dal Palazzo, quello con la P maiuscola. Vuol dire rinunciare a compromessi sempre al ribasso, sempre a danno dell’avanzamento dei diritti sociali e civili. Vuol dire riconoscere nella radicalità delle proprie ragioni l’unica motivazione valida per andare al governo. Inteso questo è chiaro come il sole di giorno che per “sparigliare” al tavolo del gioco bisogna esser in tanti. Tanti e forti, se si gioca in squadra.

“Sinistra e Libertà” cos’è al momento? Un partito? Una fabbrica? Un insieme liquido di soggetti?

Sinistra Ecologia Libertà è un partito giovane che si sta formando. Un partito giovane il cui percorso di formazione è fatto tutto di politica vera, di esperienze e forze messe tutte a disposizione di quella che chiamiamo la “buona politica”, quella – appunto – capace di sparigliare. A ottobre faremo il primo congresso nazionale, che sarà l’ultimo passo di un percorso lungo e faticoso per riunire alcuni cocci di una sinistra ormai stordita e spaesata. (continua…)

Share

Il bilancio al tempo di Alemanno

venerdì, agosto 6th, 2010

Cinque domande al consigliere comunale del Partito Democratico, Paolo Masini.

di Massimiliano Coccia, per “Le Ragioni”

Il bilancio è la carta d’identità di un Comune e a Roma è da mesi ormai terreno di scontro tra il PDL e il PD. Da una parte l’Armata Brancaleone del Sindaco Alemanno arranca confusa e dall’altra l’opposizione che cerca una via tra l’essere di lotta e di governo. Il risultato è un bilancio fatto di tagli e di lacrime per Roma.
Una Capitale che sembra svuotata del suo futuro e sembra non aver nulla a che vedere con la capitale di un tempo che fungeva da locomotiva del Paese nello sviluppo sociale e culturale. 
Ma Alemanno e la sua Giunta che si apprestano a mettere le mani in tasca ai romani, dove taglieranno? E soprattutto che futuro avrà Roma?
Ne abbiamo parlato con Paolo Masini, consigliere comunale del PD a Roma.

Quali sono le caratteristiche del bilancio in corso di approvazione varato dalla Giunta Alemanno?

Purtroppo la caratteristica principale è quella di varare una serie infinita di aumenti senza offrire miglioramento di servizi e soprattutto senza un piano di rilancio per la città di investimenti strutturali, soprattutto in un momento in cui sia le famiglie che le imprese sono investite da un periodo di forte crisi. Aumentano nidi, refezione scolastica, Co.sa.p (la tassa sul suolo pubblico, ndr), Tari (rifiuti, ndr) in maniera vertiginosa. Un vero salasso per le famiglie romane, che vedranno aumentare anche le piccole cose quotidiane dalle fotocopie rilasciate dagli uffici, ai matrimoni, ai musei. Non c’e’ servizio lasciato inalterato e soprattutto come nel caso simbolico dei nidi diminuisce l’offerta con meno orari e meno posti. Tra l’altro un bilancio che arriva in ritardo clamoroso e che sta mettendo in ginocchio i Municipi che hanno dovuto lavorare con fondi risibili. Municipi che a dispetto dei proclami sul decentramento vedono mortificare il proprio ruolo nei territori.

(continua…)

Share

Pericoli e Siciliano. La bianca luce dell’Ara Pacis e il buio della Pelanda.

venerdì, agosto 6th, 2010

di Massimiliano Coccia, per “Le Ragioni”

Nel caldo tropicale di Roma vago in bella compagnia per i lindi e nuovi Musei e mi imbatto nella mostra di Tullio Pericoli, “Lineamenti. Volto e paesaggio”. Una mostra di cui forse si poteva fare a meno, non per il valore artistico indiscusso di Pericoli, ma per la fragilità del suo allestimento e della sua vicenda compositiva, che basandosi sui ritratti intensi dell’artista a personaggi come Pasolini, Beckett, Scalfari, Saviano, unisce i paesaggi, che non rappresentano l’acme artistico del maestro Pericoli, il tutto è immerso nell’Ara Pacis, sede algida non adatta ad ospitare questa mostra, che poteva dire molto di più se fosse stata corredata dei tanti ritratti o bozzetti dell’autore o dalle bellissime incisioni visibili in vendita all’entrata.

Deluso ma non troppo dalla mostra di Pericoli, mi dirigo verso il Macro di Testaccio, incuriosito da Bernardo Siciliano e le sua “Nude City”, una bellissima raccolta di nudi di grandi dimensioni dove la femminilità dei soggetti si sprigiona dalla tela e avvolge lo spettatore, che si perde tra i lineamenti di una donna troppe volte amata o di una giovane avvolta come a rannicchiarsi nelle sue coperte. Siciliano con maestria e rigore traccia lineamenti umani e lineamenti urbani che quasi si fondono e creano un’unica nudità. Le città sono nude perché visibili, la vita è nuda perché vera. Siciliano sembra aver appreso la lezione dei classici e averla reinterpretata in un misto di realismo e meraviglia che accoglie e persuade.
Anche qui l’unico neo rimane l’allestimento, infatti nella nuovissima sede espositiva della Pelanda, voluta dal Sindaco Veltroni e inaugurata dal Sindaco Alemanno, metà sala riguardante i panorami delle città è al buio, facendo perdere di senso e significato il legame simbolico con i nudi.
Il custode ignaro mi dice che da “oltre due settimane” la struttura versa in parte nelle tenebre poiché i tecnici di Zetéma, la società che gestisce i Musei a Roma, non si sono fatti vedere per cambiare l’illuminazione. Una defezione enorme assolutamente non degna di una città come Roma, che tuttavia lentamente come un gambero torna indietro.
Uscendo dalla Pelanda penso che “l’essenziale è invisibile agli occhi” e una mostra come quella di Siciliano supera anche ostacoli importanti, ma fino a quando la bravura e la bellezza riusciranno a colmare le negligenze della burocrazia?

Share

Invito al viaggio. Parole e colori di Alberto Sughi.

mercoledì, agosto 4th, 2010

di Massimiliano Coccia, in collaborazione con Martina Donati e Monica Neri

Nella quiete del suo studio ci ha accolto Alberto Sughi, pittore cesenate che con i suoi quadri ci racconta un frammento importante della nostra vita interiore e pubblica. Sughi ha il pregio di non essere un maestro bagnato dall’accademismo e dalla voglia di primeggiare. In maniera silente e composta ha portato avanti con dignità e bellezza il suo “viaggio”, il suo “cammino” all’interno dell’arte.
“Io non so bene se sia più rassicurante il luogo che abbiamo lasciato o quello in cui stiamo per arrivare. Il momento più bello di un viaggio è a metà strada, quando si è lontani da tutto”, scriveva il pittore in un suo catalogo, e cogliere l’essenza della sua ricerca e del suo andar lontano è il senso con cui è nata questa intervista, maturata sotto il caldo romano di luglio.
Ci si perde nello sguardo di Albero Sughi e nella forma delle sue mani, lievi e sottili, come se la pelle fosse carta velina. Sughi rappresenta molto per l’arte del nostro Paese, un’arte che si perde dietro futilità e ricerche inutili dimenticando il primato della pittura e della ricerca figurativa, proprio perché “quando si inizia a dipingere ci si accorge che siamo dentro un altro pasticcio, una storia molto più difficile, una storia che può essere anche affascinante. Le cose belle sono quelle in cui ti metti in gioco, quando ti accorgi che conosci il tuo limite però continui a fare il tuo viaggio verso la conoscenza. Non è importante arrivare al punto massimo della conoscenza, alla quale non si arriverà mai ma è il viaggio per arrivarci la cosa bella. Essere artisti è una cosa particolare, è molto diversa dall’essere normale.”

E’ un lavoro quindi duro, dagli aspetti molteplici quindi, un lavoro che è al tempo stesso un percorso di ricerca…

“Vedi è una vita lunga quella del pittore, la mia dura da quando avevo 15 anni, è una vita bella, non la cambierei con nessuna, perché non è una vita su prestazione. Bisogna però sempre stare attenti a capire cos’è questo percorso, perché  sarebbe brutto incamminarsi su questa strada non comprendendo cosa sia la pittura.”
E come possiamo non cadere in questo?
Dobbiamo saper riconoscere la passione vera ed alimentarla sempre , dobbiamo, quando dipingiamo o scriviamo, alimentare tutto con le cose vere e non con la moda, perché la moda ha un solo destino: essere superata. Vedo tanti ragazzi che seguono le mode e non si interrogano sul senso profondo di quel che fanno.
Essere persone per bene è la cosa più difficile ma è anche la cosa più affascinante”.
Com’èra la vita di Alberto Sughi ragazzo nell’Italia del dopoguerra?
“Quando sono venuto a Roma nel 1948  dormivamo sulle panchine, negli scantinati e la vita era povera. C’era stata la guerra e quindi dormire in posti del genere ci sembrava normale, non la sentivamo come una sofferenza come la potremmo avvertire oggi e quello che ci faceva andare avanti era la voglia di essere pittori, l’avere un pensiero diverso, perché c’era grande fermento, i pittori anziani parlavano ed avevamo tutti voglia di imparare e di farlo insieme. E’ stato ed è tutto molto bello perché la passione ha sempre illuminato il mio lavoro, anche nelle difficoltà.”
Come è mutata la percezione e l’importanza dell’arte nel nostro Paese nel corso degli anni ?
“Non è molto diversa da tutta la confusione che c’è in tutti i comparti della vita pubblica italiana. E’ una situazione di stallo molto difficile e la cultura italiana rappresenta molto bene questo spartiacque. Ci sono delle forze che si oppongono e cercano un’altra strada, ma sono scollegate e hanno poco spazio. C’è un senso di dolore, c’è qualcosa che non va in tutto questo. Siamo in un mondo che non ha più bisogno della pittura, perché la pittura non incide quasi per niente nel modo di essere, pensare o vedere. Questo non mi fa smettere, perché il mio lavoro è fatto di tanti pensieri, di storia culturale, politica, civile, ma c’è anche qualcosa di profondo che mi appartiene come individuo. “

Come nasce la tua ispirazione?
“Nasce dal rapporto che ho con il mondo; ho rappresentato la solitudine, il rapporto con la natura, il “teatro d’Italia”, ho fatto tutto quello che in fondo potevo incontrare e conoscere nei momenti di questo Paese. Ad esempio nel quadro che sto facendo (indicando una grande tela nel suo studio, ndr), sto rappresentando due uomini seduti su una spiaggia mentre c’è il mare in burrasca, come se non si accorgessero che non è più il momento di stare lì. I miei quadri, come in questo caso, hanno sempre rispecchiato il rapporto tra me e me stesso e tra me stesso e il resto delle cose.

E osservando la tela penso che potrà trasformarsi in qualcos’altro.

“Un po’ più in là della solitudine c’è la persona che ami”, scriveva Dino Buzzati, quanto le tue opere e la tua poetica cercano di guardare più in là della solitudine?

“Non ho mai pensato di usare un colore più scuro o più chiaro per descrivere un sentimento od una sensazione. Registravo nella pittura un racconto di solitudine o un momento di allegria, ma non ho mai avuto l’intenzione di farlo, scoprendolo che il quadro prendeva la sua forma definitiva. Ho sempre narrato e registrato qualcosa del mondo che mi sembrava giusto, non ho mai creato un quadro più nero per essere pessimista o più rosa per essere allegro.. Alle volte si è soli e occorre continuare la propria ricerca solitaria.

Su quali tinte si basa la tua tavolozza e quali rapporti tonali preferisci?

Cambio moltissimo i colori, i rapporti tonali sono conseguenti ai cambiamenti che opero sulla tela, una tela che lavoro tanto stravolgendo più volte i soggetti che ho in mente.”

“Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti assieme dietro ai vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.” Per me questa frase di Buzzati rappresenta la sintesi del tuo lavoro, sia per il cromatismo che ispira e sia per l’ambientazione. Cosa ci racconterai da domani in poi?

Un pittore della mia età sa benissimo che non arriverà a quel punto di conoscenza che sperava, perché la verità assoluta si insegue sempre e si ha continuamente l’impressione di toccarla. Mi interessa il viaggio, quel viaggio affrontato con diverse consapevolezze. Spero di non allontanarmi mai da quel che sono, continuare a raccogliere i segnali che vengono dalla vita e dal mondo. Ti posso dire che sono felice di quel che ho fatto e della mia vita che mi ha dato tanto e non la cambierei mai con nessun’altra. Cerco di essere fedele a questa storia lavorando fino al limite.. Voglio restare insieme a me, alla mia pittura e alla mia vita senza pensare se farò delle cose belle o meno belle e mi piacerebbe proprio finire dentro il mio lavoro.”

E mentre l’intervista termina Alberto Sughi ci mostra quante trasformazioni subisce un suo quadro.  Ci saluta con dolcezza per tuffarsi con la gioia di un ragazzo nella sua pittura, vissuta ancora ad 82 anni come una meravigliosa esigenza.

Nella quiete del suo studio ci ha accolto Alberto Sughi, pittore cesenate che con i suoi quadri ci racconta un frammento importante della nostra vita interiore e pubblica. Sughi ha il pregio di non essere un maestro bagnato dall’accademismo e dalla voglia di primeggiare. In maniera silente e composta ha portato avanti con dignità e bellezza il suo “viaggio”, il suo “cammino” all’interno dell’arte.
“Io non so bene se sia più rassicurante il luogo che abbiamo lasciato o quello in cui stiamo per arrivare. Il momento più bello di un viaggio è a metà strada, quando si è lontani da tutto”, scriveva il pittore in un suo catalogo, e cogliere l’essenza della sua ricerca e del suo andar lontano è il senso con cui è nata questa intervista, maturata sotto il caldo romano di luglio.
Ci si perde nello sguardo di Albero Sughi e nella forma delle sue mani, lievi e sottili, come se la pelle fosse carta velina. Sughi rappresenta molto per l’arte del nostro Paese, un’arte che si perde dietro futilità e ricerche inutili dimenticando il primato della pittura e della ricerca figurativa, proprio perché “quando si inizia a dipingere ci si accorge che siamo dentro un altro pasticcio, una storia molto più difficile, una storia che può essere anche affascinante. Le cose belle sono quelle in cui ti metti in gioco, quando ti accorgi che conosci il tuo limite però continui a fare il tuo viaggio verso la conoscenza. Non è importante arrivare al punto massimo della conoscenza, alla quale non si arriverà mai ma è il viaggio per arrivarci la cosa bella. Essere artisti è una cosa particolare, è molto diversa dall’essere normale.”
E’ un lavoro quindi duro, dagli aspetti molteplici quindi, un lavoro che è al tempo stesso un percorso di ricerca…
“Vedi è una vita lunga quella del pittore, la mia dura da quando avevo 15 anni, è una vita bella, non la cambierei con nessuna, perché non è una vita su prestazione. Bisogna però sempre stare attenti a capire cos’è questo percorso, perché  sarebbe brutto incamminarsi su questa strada non comprendendo cosa sia la pittura.”
E come possiamo non cadere in questo?
Dobbiamo saper riconoscere la passione vera ed alimentarla sempre , dobbiamo, quando dipingiamo o scriviamo, alimentare tutto con le cose vere e non con la moda, perché la moda ha un solo destino: essere superata. Vedo tanti ragazzi che seguono le mode e non si interrogano sul senso profondo di quel che fanno.
Essere persone per bene è la cosa più difficile ma è anche la cosa più affascinante”.
Com’èra la vita di Alberto Sughi ragazzo nell’Italia del dopoguerra?
“Quando sono venuto a Roma nel 1948  dormivamo sulle panchine, negli scantinati e la vita era povera. C’era stata la guerra e quindi dormire in posti del genere ci sembrava normale, non la sentivamo come una sofferenza come la potremmo avvertire oggi e quello che ci faceva andare avanti era la voglia di essere pittori, l’avere un pensiero diverso, perché c’era grande fermento, i pittori anziani parlavano ed avevamo tutti voglia di imparare e di farlo insieme. E’ stato ed è tutto molto bello perché la passione ha sempre illuminato il mio lavoro, anche nelle difficoltà.”
Come è mutata la percezione e l’importanza dell’arte nel nostro Paese nel corso degli anni ?
“Non è molto diversa da tutta la confusione che c’è in tutti i comparti della vita pubblica italiana. E’ una situazione di stallo molto difficile e la cultura italiana rappresenta molto bene questo spartiacque. Ci sono delle forze che si oppongono e cercano un’altra strada, ma sono scollegate e hanno poco spazio. C’è un senso di dolore, c’è qualcosa che non va in tutto questo. Siamo in un mondo che non ha più bisogno della pittura, perché la pittura non incide quasi per niente nel modo di essere, pensare o vedere. Questo non mi fa smettere, perché il mio lavoro è fatto di tanti pensieri, di storia culturale, politica, civile, ma c’è anche qualcosa di profondo che mi appartiene come individuo. “

Come nasce la tua ispirazione?
“Nasce dal rapporto che ho con il mondo; ho rappresentato la solitudine, il rapporto con la natura, il “teatro d’Italia”, ho fatto tutto quello che in fondo potevo incontrare e conoscere nei momenti di questo Paese. Ad esempio nel quadro che sto facendo (indicando una grande tela nel suo studio, ndr), sto rappresentando due uomini seduti su una spiaggia mentre c’è il mare in burrasca, come se non si accorgessero che non è più il momento di stare lì. I miei quadri, come in questo caso, hanno sempre rispecchiato il rapporto tra me e me stesso e tra me stesso e il resto delle cose.

E osservando la tela penso che potrà trasformarsi in qualcos’altro.

“Un po’ più in là della solitudine c’è la persona che ami”, scriveva Dino Buzzati, quanto le tue opere e la tua poetica cercano di guardare più in là della solitudine?

“Non ho mai pensato di usare un colore più scuro o più chiaro per descrivere un sentimento od una sensazione. Registravo nella pittura un racconto di solitudine o un momento di allegria, ma non ho mai avuto l’intenzione di farlo, scoprendolo che il quadro prendeva la sua forma definitiva. Ho sempre narrato e registrato qualcosa del mondo che mi sembrava giusto, non ho mai creato un quadro più nero per essere pessimista o più rosa per essere allegro.. Alle volte si è soli e occorre continuare la propria ricerca solitaria.

Su quali tinte si basa la tua tavolozza e quali rapporti tonali preferisci?

Cambio moltissimo i colori, i rapporti tonali sono conseguenti ai cambiamenti che opero sulla tela, una tela che lavoro tanto stravolgendo più volte i soggetti che ho in mente.”

“Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti assieme dietro ai vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.” Per me questa frase di Buzzati rappresenta la sintesi del tuo lavoro, sia per il cromatismo che ispira e sia per l’ambientazione. Cosa ci racconterai da domani in poi?

Un pittore della mia età sa benissimo che non arriverà a quel punto di conoscenza che sperava, perché la verità assoluta si insegue sempre e si ha continuamente l’impressione di toccarla. Mi interessa il viaggio, quel viaggio affrontato con diverse consapevolezze. Spero di non allontanarmi mai da quel che sono, continuare a raccogliere i segnali che vengono dalla vita e dal mondo. Ti posso dire che sono felice di quel che ho fatto e della mia vita che mi ha dato tanto e non la cambierei mai con nessun’altra. Cerco di essere fedele a questa storia lavorando fino al limite.. Voglio restare insieme a me, alla mia pittura e alla mia vita senza pensare se farò delle cose belle o meno belle e mi piacerebbe proprio finire dentro il mio lavoro.”

E mentre l’intervista termina Alberto Sughi ci mostra quante trasformazioni subisce un suo quadro.  Ci saluta con dolcezza per tuffarsi con la gioia di un ragazzo nella sua pittura, vissuta ancora ad 82 anni come una meravigliosa esigenza.

Share