di Massimiliano Coccia*
Ho buona memoria, potrebbe essere un bene o potrebbe essere un male. Ho buona memoria anche della mia infanzia, e stampato nei gangli del cervello c’è un urlo di mio nonno, bestiale, atroce, in una notte di giugno, di quasi un ventennio fa. Mio nonno era un sopravvissuto ai campi di concentramento, fatto prigioniero per non essersi schierato con la Repubblica Sociale Italiana, fatto prigioniero per non essersi piegato al fascismo, fu portato lontano e non tornò mai più lo stesso. In quella notte chiamava i suoi compagni di prigionia per nome, nomi persi in chissà quale pagina della storia dell’umanità.
Quell’urlo non si è mai trasformato in parola, è rimasto una fiammata nella notte; mio nonno i segreti della prigionia se lì è portati via con sé inuna notte molto lunga e fredda.
Fredda come la giornata di novembre in cui Piero Terracina ci ha aperto la porta della sua casa per raccontarci la sua vita e per mostrarci con la semplicità di un bambino quanto può essere bella la vita, anche se il destino sembra averti giocato un brutto tiro proprio all’inizio.
Piero è bello, ha la bellezza della vita racchiusa nel suo sorriso. Mentre parla di solito temporeggia, prende fiato, in modo che le sue parole respirino, si aprano, facciano vedere la propria potenza nei confronti della storia. Noi, perché ad ascoltare Piero siamo noi, siamo due, conuna pluralità d’anima e d’amore abbastanza grande da riempire i silenzi, noi, che per un momento abbiamo pensato che forse eravamo di troppo e che forse non siamo proprio nessuno per farci raccontare un dramma così grande, noi che insieme non facciamo gli anni di Piero, noi che a volte mentre Piero parlava a stento e solo per rispetto trattenevamo le lacrime, sforzandoci di non abbracciarlo nel suo maglione morbido alla vista e dolce al tatto, noi, noi avremmo voluto dirgli tanto, ma alla fine non gli abbiamo detto nulla, ci siamo solo nutriti di quel pezzo di storia recente che fa molto male.
La sua storia e quella della sua generazione dissolta al vento di Auschwtiz, Bergen Belsen, Birkenau, dovrebbe essere stampata sui muri di questa città che spesso dimentica.
Piero potrebbe non finire mai di raccontare, potrebbe non finire mai di trattenere le lacrime, simbolo di coraggio strozzato in gola e di malinconia per le stanze della casa che lo vide bambino, per le strade polverose che la sua bici ha solcato.
Mentre Piero parlava l’urlo di mio nonno diventava parola, mentre parlava quei nomi gridati con dolore diventavano volti che mai nessuno poteva farci vedere. Mentre Piero parla la vita mi dice quello che nessuno mi aveva mai raccontato e mi fa ritrovare tutto quello che pensavo di aver perso. Le parole poi ad un certo punto si fermano sempre, come in questa pagine, le parole sono limitate dalla vita che si vive, ne raccontano un frammento per contorno. Piero lo portiamo nel cuore e nella vita, perché é un nonno, un bambino, un figlio, un uomo, Piero Terracina è la dimostrazione che la vita è bella e crudele allo stesso tempo, Piero è la dimostrazione che la storia siamo noi.
Noi, che uscendo da quella casa, ci siamo guardati e per qualche momento non abbiamo detto nulla di sensato, noi che abbiamo frugato in una stanza della memoria e abbiamo scoperto la grandezza di una vita intera, noi…noi…mai pronome personale è stato adeguato per descrivere un incontro.
Noi. E’ il senso della storia di Piero Terracina che diventa memoria collettiva.

