Image 01

Archive for novembre, 2009

“7,14,21,28″ di Antonio Rezza al Vascello

lunedì, novembre 30th, 2009

Vi consiglio lo spettacolo dell’amico Antonio Rezza a dicembre al Teatro Vascello…

rmvasc

Share

Gli occhi di Piero (ilgrido.org)

lunedì, novembre 30th, 2009

Brecht non poteva concepire il teatro separato dalla sua funzione civile, educativa, informativa. Oggi c’è ancora la necessità che il teatro continui ad esercitare questa funzione, ancora, soprattutto per le giovani generazioni che ignorano episodi drammatici della storia del nostro paese.
Il lavoro di Massimiliano Coccia, un giovane autore, esperto di storia contemporanea, ha mirato proprio a questo, fare in modo che la gente non dimentichi. Per questo, dopo aver pubblicato nel 2006 un libro intitolato Gli occhi di Piero, ne ha fatto uno spettacolo insieme a Fabrizio Giannini coautore ed interprete del monologo. A pochi giorni dall’anniversario della morte, il lavoro prende il titolo dal libro omonimo e racconta la storia di Piero Bruno, un giovane studente diciassettenne di un istituto tecnico romano appartenente a lotta continua che il 23 novembre 1975, durante una manifestazione per la liberazione dell’Angola, fu ferito da due colpi di pistola, sparati dalle forze di polizia. Lasciato lì agonizzante, muore dopo tre giorni in ospedale. Da quel momento via Ludovico Muratori sarà chiamata per diversi anni la via della morte, per questa giovane vita finita così ingiustamente e violentemente.
La storia ci viene raccontata da Alfredo, portiere di via Ludovico Muratori, figlio di portiere, il papà si chiamava Gustavo ed aveva assistito impotente al ferimento di Piero senza poterlo aiutare. Di tutta la scena, quello che colpisce il vecchio Gustavo sono occhi, quelli di un diciassettenne che credeva nei suoi ideali e sperava di poter cambiare il mondo. Alfredo, il figlio, alternandosi al padre, ci racconta la storia non solo di Piero, ma degli anni Settanta, gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, della strage del Circeo, dell’omicidio di Pasolini, delle prime uscite con le ragazze, quando ancora ci si scrivevano le cartoline e la vita era vissuta con ritmi diversi da oggi.
Lo spettacolo è ben diretto da Marco Simeoli che ha optato per soluzioni registiche semplici e al tempo stesso originali, proiettando opportunamente anche alcuni video d’epoca. Bravo Fabrizio Giannini, dotato di una recitazione spontanea, fortemente comunicativa, che spazia dal comico al drammatico. Adeguata anche la scelta della colonna sonora originale creata da Lorenzo Marsili e Luigi Pulcinelli, integrata dall’utilizzo di famose canzoni degli anni ’70. Buone le luci d’atmosfera di Gabriele Barettin. [annalisa picconi]

Share

“Pensieri in arte”, una piccola anticipazione…

venerdì, novembre 27th, 2009

locandina50x70a copia

Share

Buono spettacolo e buona memoria di Lucia Bruno

lunedì, novembre 23rd, 2009

Cari tutti,

purtroppo motivi personali mi impediscono di partecipare a questa ripresa dello spettacolo
che però seguo sempre con il cuore e con la memoria giusta.
Il lavoro che abbiamo fatto dal 2006 ad oggi, (data di uscita del libro di Massimiliano) è veramente
notevole, in tanti dal Nord al Sud hanno conosciuto la storia di Piero, della sua uccisione, del suo amore
nei confronti della vita. E’ un lavoro importante quello di Massimiliano e di Fabrizio, un lavoro
che ho sempre condiviso in tutte le loro forme, è un lavoro che ridato dignità storica alla vita
di Piero e a quella della mia famiglia che per tanto tempo è rimasta chiusa in casa a curarsi
ferite e ad aspettare. Tra qualche giorno sarà l’anniversario della morte
fisica di Piero, sarà per noi un dolore grande, come ogni giorno, come ogni anno, ma quest’anno
sarà più lieve perché Piero vivrà sul palco insieme a Fabrizio, Piero vivrà nelle parole scritte da Massimiliano nel libro, Piero vivrà nella memoria di questa città per sempre.
Ai tanti che non hanno a volte condiviso i miei modi, quelli dei ragazzi che hanno creato libro e spettacolo, dico che c’è un tempo in cui il muro delle beghe interne dei tempi di Lotta Continua, dico che c’è un tempo per tutto, e quel tempo ormai è superato.
La memoria è un esercizio quotidiano e quotidianamente Piero viene ricordato e vengono portate avanti le sue battaglie. Ringrazio quanti questa sera e nelle sere
che verranno ascolteranno la nostra storia e spero che ne faranno tesoro e la divulgheranno.
E’ il modo migliore per far vivere Piero nella memoria collettiva di questa città.

*sorella di Piero Bruno

Share

Recensione di Liberazione 22.Novembre.2009

lunedì, novembre 23rd, 2009

Immagine 1

Share

Torna “Gli occhi di Piero, storia di Piero Bruno, un ragazzo degli anni ’70″

lunedì, novembre 16th, 2009

Stampa

Lo spettacolo, tratto dal libro omonimo di Massimiliano Coccia, ricorda i fatti del novembre del 1975, quando, durante un corteo per il riconoscimento della Repubblica Popolare dell’Angola, venne ucciso dalle forze dell’ordine Piero Bruno, giovane studente dell’ITIS “G. Armellini” di Roma e militante di Lotta Continua.
La vicenda viene narrata da Alfredo, portiere di un palazzo in via Ludovico Muratori, la strada in cui avvenne l’uccisione. Ma Alfredo è anche Gustavo,suo padre, portiere all’epoca dei fatti. L’io narrante dunque si sdoppia nel ricordo e nella trasmissione da padre in figlio, trovando una duplice espressione nell’intensa interpretazione di Fabrizio Giannini. Alla storia di questo ragazzo, vittima di tutti i tempi e di tutti i tiranni, fa da sfondo l’Italia degli anni ’70 con la sua cronaca (la strage del Circeo, l’omicidio di Pasolini) e la sua musica.

Recensione di Lisa Recchia per TeatroTeatro.it :

“La storia non si ferma davvero davanti a un portone. La storia entra dentro le stanze, le brucia, La storia dà torto e dà ragione”. La storia si incunea tra le pareti di un palazzo di Roma e rimbomba con forza sui piani, le strade vicine fino ad invadere la città, la nazione intera. La vicenda di Piero Bruno che molti avranno dimenticato perché taciuta dalla storia “canonica”, viene ricordata attraverso gli occhi di un uomo comune, un portiere, che smista la posta, lava i pavimenti, svita e avvita lampadine ma che è soprattutto testimone di un tempo. I gloriosi anni ’70, anni in cui i giovani scendevano in piazza per rivendicare i propri diritti e quelli dei più deboli. E lì morivano. Poco importa se per errore o per volontà “superiori”. La storia entra con un gran boato nella casa di Alfredo e lì giace sopita per generazioni lasciando un segno indelebile nei cuori dei suoi dimoranti. Finché un nuovo sopruso e una “ragazzina bionda bassa bassa” la riporta alla luce con tutte le sue ombre e le domande mai colmate. Il monologo di Coccia e Giannini valica i confini spazio – temporali e ci proietta in epoche e vicende lontane tra loro in modo fluido creando un moto di emozioni e pathos difficilmente descrivibili a parole. Il protagonista, Fabrizio Giannini, sorregge ,con egregia padronanza, uno spettacolo in cui è al contempo testimone, narratore, figlio e padre. Giannini ci fa vedere gli occhi di Piero, quelli di Carlo Giuliani e di Pierpaolo Pasolini e attraverso questi le ingiustizie che la società, oggi come allora, ha tacitamente accettato usando l’arma della menzogna e dell’omertà. Laddove però non arrivano i giornali e le televisioni, arriva ancora il teatro che può, come in questo caso, destarci dal torpore mediatico e portarci al cuore della verità. E chissà che un giorno non si riscriveranno i libri di storia con i nomi di personaggi che oggi si cerca di affossare. Di utopia e di poesia, come diceva de André, ha bisogno la gente per attraversare il mare della vita.

Share

Il Ground Zero dell’Ostiense, tra afghani e fallimenti

mercoledì, novembre 11th, 2009

di Massimiliano Coccia (per leragioni.it)

DSC00009

Appena si esce dalle Mura Latine, c’è la Cristoforo Colombo, che dal centro della città porta all’estrema periferia sud della Capitale, lì dove c’è Ostia, lì dove c’è il mare.
In certe mattine i gas che colorano l’aria si compongono di un prisma di colori e il cielo sembra più azzurro di altri giorni. Tra quel cielo azzurro di novembre e la Cristoforo Colombo in una buca di fango e rifiuti, che costeggia la stazione Ostiense, vivono oltre centocinquanta richiedenti asilo provenienti dell’Afghanistan, quella terra dove sono morti tanti ragazzi italiani in nome di una missione nata come reazione all’attentato alle Torri Gemelle. E a vederlo così, questo posto sembra il Ground Zero di Roma, di quella città mutata, vilipesa e sventrata dalla paura. Qui nel Ground Zero di Via Capitan Bavastro c’è la metafora del fallimento della Giunta Alemanno, qui dove gli ultimi sono gli ultimi della città, del mondo, di una guerra di civiltà, si avverte la solitudine di chi è venuto a Roma per scappare dalle bombe in cerca di libertà. La buca di fango è un cantiere della Roma che verrà, del nuovo piano regolatore, lì sorgerà un pezzo della nuova città che avrà come fondamenta l’immagine di queste baracche, di questi volti, di uomini, donne e bambini che sembrano chiedere di dare una speranza alla loro vita e al loro destino.
Lo chiedono alla politica, a Paolo Masini e a Jean Leonard Touadì, il primo consigliere comunale di Roma e il secondo parlamentare, entrambi del Partito Democratico, che a margine del sopralluogo dichiarano che «quello che si vede nell’accampamento di Via Capitan Bavastro è la prova che a Roma esiste un’emergenza sicurezza, e che la cura Alemanno è totalmente sbagliata e non adatta alla molteplicità di situazione che una metropoli come Roma vive e pensiamo che il Comune debba intervenire con atti concreti, trovando una sistemazione alternativa ai rifugiati.»
Paolo Masini inoltre ha confermato che al Comune di Roma è stato richiesto di attuare un protocollo di intesa che in maniera organica e stabile coinvolga la Questura, il Campidoglio, l’Alto Commissariato dei Rifugiati e le associazioni che lavorano sul territorio.
Ma ancora tutto tace.
Se le istituzioni tacciono, le storie dei rifugiati raccontano in maniera ben definita il loro cammino verso il nostro Paese, quelle tende, donate dai dipendenti del Ministero dell’Ambiente raccolgono degli sprazzi di vita e di normalità. La normalità di cui avrebbero diritto.Camminando in mezzo a quel fango mi sono tornate alla mente le parole di Piero Terracina, che ho incontrato qualche giorno fa, mentre mi raccontava la sua Auschwitz, di quegli uomini vicino i binari che scavavano per filtrare l’acqua da bere, di quei bambini stipati in baracche e di quei volti assenti, rapiti, a cui la storia sembra aver giocato un tiro sinistro.
Se andate in via Capitan Bavastro poco lontano dal centro di questa città, troverete una ferrovia, dei panni stesi, del fango e dei bambini, che dormono stipati in un container e troverete anche le Ferrovie dello Stato che multano i rifugiati perché tentano di docciarsi nell’Air Terminal oppure perché dormono in un vagone arrugginito lasciato marcire sui binari morti, se andate a via Capitan Bavastro vedrete quella città nascosta e che a Roma, pian piano emerge.
Tra le tende c’è un palloncino che svetta, qualcuno mi guarda, abbozza quasi un sorriso verso la macchina fotografica. Ma nessuno sorride nella Ground Zero di Roma, nessuno sorride se non quel palloncino appeso alla tenda, simbolo di normalità strappata coi denti.
I gruppi sono raccolti tra di loro, in silenzio, in cerchio, offrono del thé, e chiedono risposte.
Qualcuno le darà?
Mentre mi allontano dal Ground Zero penso che questa città muore ogni giorno un pò, perché ogni giorno perde una scommessa importante con se stessa, una comunità amministrata male, lasciata sola con i propri istinti e le sue parole, non può che perire alle sfide quotidiane e future.
Dalla strada, mentre la città è pronta a inghiottire tutto vedo ancora quel palloncino mezzo sgonfio mentre il cielo si annuvola e copre di ombre questo Ground Zero nostrano che presto scomparirà per rimanere una ferita impressa nelle anime dei migranti.

Share

Riprendere Berlino

lunedì, novembre 9th, 2009

MARCO MACCHINA E MURO br
di Massimiliano Coccia (da www.leragioni.it)

E’ bella la storia di chi scavalca i muri, di chi abbatte distanze, di chi legittima con la propria azione personale un processo politico ineluttabile come la caduta del Muro di Berlino. E’ bella anche la storia di chi, tramite l’arte, diventa profeta di quel cambiamento. E’ capitato nel 1985 a Marco Fioramanti, artista romano, che con un suo intervento artistico sul Muro di Berlino, annunciò ben quattro anni prima lo sfondamento di quella frontiera che teneva lontano lo stesso popolo e lo stesso continente.

Lo ripropone a Roma nella manifestazione “West Berlin 1985” presso l’ambiente di “TraLeVolte” in piazza San Giovanni in Laterano a partire dal 9 Novembre alle ore 18.00.

Abbiamo incontrato Fioramanti per farci raccontare e spiegare non solo questa opera, ma la bellezza di quel “cielo sopra Berlino” che cambiò per sempre il volto del nostro continente.

Nel 1985 sul Muro di Berlino hai creato l’intervento artistico “Non saremo prigionieri di nessun carcere”, un’opera premonitrice della caduta del Muro. Di cosa si tratta e come avvenne la creazione?

Vivevo a Berlino Ovest già da oltre un paio d’anni, e avevo cominciato a dipingere alcune macchine secondo un rituale urbano legato all’esperienza ‘trattista’ (1), basata sullo sperimentare differenti materiali (nei campi della pittura, scultura e installazioni) alla ricerca di un’idea totale dell’arte che mirava al recupero dei segni, dei significati e dei gesti rituali delle culture primigenie. Una fredda mattina di primavera ricevetti una telefonata. Era Dante Majorana, regista della RAI di Milano che aveva saputo dei miei interventi ed era interessato a coinvolgere la mia Volkswagen dipinta nelle sue riprese per un lungometraggio. All’epoca non era possibile uscire dalla città se non incontrando le tre frontiere francese, inglese e americana delle forze alleate, o il Checkpoint Charlie per entrare a Berlino Est. Altrimenti il Muro, dappertutto. Gli proposi un intervento che prevedeva di dipingere il Muro con gli stessi tratti e colori con cui era stata dipinta la macchina anni prima e simulare, attraverso una metamorfosi complice, l’impatto col Muro.

Qual’era la sensazione fisica del Muro che si percepiva nella tua Berlino? Come sta cambiando quella città che per una generazione è diventata metafora di libertà ritrovata?

Il poeta e scrittore austriaco Peter Handke fa dire alla ballerina di Wenders nel “Cielo sopra Berlino”: Semplicemente esserci, Berlino. Qui sono straniera e tuttavia è tutto così familiare, e in ogni caso non ci si può perdere, si arriva sempre al Muro. In queste parole c’è tutta la realtà ed il clima che si respirava in quegli anni. Una familiarità dovuta a quella strana situazione nella quale gli abitanti dell’Ovest, rinchiusi in quell’isola-paradosso, erano i soli liberi. Berlino Ovest era una città laboratorio dove tutto era sperimentabile e si era, in qualche modo, sempre in anticipo sul mondo. Il Muro provocava differenti reazioni emotive nella gente e, in ogni caso, ci dovevi fare i conti. Col contributo delle forze di occupazione alleate, il governo locale, eletto a statuto speciale, aveva creato un clima di disponibilità e di tolleranza creando opportuni strumenti che hanno poi fatto di quell’isola il polo di attrazione di “giovani alternativi”. Teniamo anche conto del fatto che era comunque una città occupata, all’interno della quale non potevano esserci militari tedeschi, da cui l’esenzione dal servizio militare per tedeschi residenti. E la Berlino-città del possibile e della provocazione tollerata, vive ora, per forza di cose, in termini di nostalgia. Ora Berlino appartiene a tutti e quindi a nessuno. Quel treno di energie che per oltre un decennio ha trasportato grandi ideali da tutte le parti d’Europa, quella sera del 9 novembre di 20 anni fa ha terminato la sua corsa, forse proprio sul binario morto nella vecchia Anhalter Bahnhof, di cui è rimasta in piedi soltanto la facciata. L’orizzonte sfuggente visto dal treno si è ora cristallizzato e gli alberi non ci corrono più incontro. Gli orizzonti aperti di Berlino, come nella siepe leopardiana, sono crollati quando l’ostacolo è venuto a mancare. E da allora, poter vedere l’orizzonte equivale a perdere il senso dell’infinito.

Cosa manca a Roma per diventare una Berlino del mediteranneo?

Roma è femmina e salottiera, ammantata di una pigrizia atavica e immersa in un clima fantastico, resta la decadente ex regina di un Impero. Berlino è al maschile, grigia e severa, risente di un clima nordico freddo e pungente. Punita dagli errori della Storia è riuscita a rinascere dalle proprie ceneri diventando, nel trentennio della guerra fredda, atmosfera stimolante sotto molteplici punti di vista, quello culturale soprattutto. Non credo che Roma possa riuscire nell’intento di ripristinare quei codici che fecero della Berlino del Muro un coacervo di stimoli creativi. Manca prima di tutto la volontà politica che, in fin dei conti, è sempre legata alla mentalità di cui sopra. Ci vuole energia e fatica per progettare una capitale culturale come si deve, e bisogna meritarselo. Mi spiace dirlo, ma per Roma mancano tutte le premesse. Solo nel caso in cui si riuscisse a creare un’equipe di artisti di differenti discipline capaci di coordinare e muovere stimoli a livello internazionale – come sta cercando di fare la rivista NIGHT ITALIA per esempio – supportata da partner generosi (pubblici e privati), allora forse qualche cambiamento visibile si riuscirà ad ottenere.

Come si articolerà “WEST BERLIN 1985″ la manifestazione romana dove potremmo vedere la tua installazione?

La mostra si articolerà in differenti fasi. All’esterno dello splendido ambiente di TRAleVOLTE sarà presentata in scala 1:1 la foto-installazione su tela della Volkswagen contro il Muro dal titolo “Non saremo prigionieri di nessun carcere”, da considerarsi come evento premonitore con 4 anni di anticipo. Sempre in esterni, all’ingresso del giardino si potrà invece vedere l’installazione “tra est e ovest”, consistente in una bicicletta completamente immersa in un muro di Berlino simulato per l’occasione. La parte ‘ovest’ – con la bicicletta visibile – sarà rigorosamente dipinta mentre dal lato ‘est’ che resterà incolore, spunterà uno stendardo originale della DDR. All’interno dello spazio espositivo opere pittoriche di grandi dimensioni, realizzate a Berlino e documentate attraverso le foto degli eventi più importanti. Saranno proiettati video in VHS (realizzati con il sostegno della Technische Universität di Berlino Ovest, 1983), diapositive, performance nei locali e teatri berlinesi. Saranno esposte tele, carte e materiale originale documentativo (inviti di mostre, articoli, riviste, cataloghi, e foto dell’epoca, pezzi di Muro, ecc.). Lunedì 9 durante l’inaugurazione Sarà inoltre realizzata una performance multimediale dal vivo del tipo di quelle rappresentate in quegli anni. Titolo: Die Mauer ist wieder da! (Il Muro è di nuovo lì!). Due teli di plastica rigida simuleranno un Muro all’interno della galleria, un muro trasparente, ma che ancora esiste nella testa della gente tedesca. Una bella e giovane performer, Sylvia di Ianni, accompagnata da musicisti – tutti legati a strumenti a fiato – mi aiuterà in questa performance. Sarà lei stessa a rappresentare il Muro, all’interno del quale, pur divincolandosi tra le bende rossicce che l’avvolgono, resterà alla fine imbrigliata, costretta a soccombere.

_________________________

Share

Pasolini ci manca

mercoledì, novembre 4th, 2009

pierpaolo_pasolini

di Massimiliano Coccia (Leragioni.it)

L’acqua cade in maniera incessante in questo giorno dei morti vissuto da noi vivi,l’acqua che cade sembra lavar via la coltre di dolore che da troppo tempo circonda questa città, piombata in un sonno che sa di pianto.
Le pozzanghere si susseguono in maniera ossessiva e come a giocare alla gincana sfuggono i tanti piedi che nel caos metropolitano si tuffano in portoni troppo umidi per ripararsi dalla pioggia. E’ questa la città che accoglie il ricordo, è questa la città inumana, irreale, quasi come fosse un racconto di Asimov, la Roma che si ricorda di Pierpaolo Pasolini, in un angolo della vecchia periferia romana, al Pigneto, in Via Fanfulla da Lodi dove scorreva l’esistenza di Accattone tra un bar e il marciapiede.
E’ qui che si avverte la mancanza di Pasolini, è qui, al Biondo Tevere, nella sua casa di Chia, in un tramonto all’idroscalo che il poeta, l’uomo, l’intellettuale, manca a questo Paese, è nella case che si vedono dalla strada mentre la pioggia sbatte sui vetri che servirebbe quella voce, sottile, intensa, che ci direbbe che “la passione non ottiene mai il perdono”. Ci manca Pasolini, ci manca come una parte importante, come un padre, un padre di un Paese mai nato, abortito nel momento stesso che è stato concepito, ma che tuttavia può essere amato. Pasolini è la parte più preziosa di questa città che abbiamo per sempre perso, perché la nuova periferia è aspra, dura, crudele, non conosce la dolcezza, la nuova periferia resa feroce e spietata dal centro opulento, e la periferia orgoglioso, proletariamente forte, socialmente orgogliosa delle “pezze al culo” era essenziale per questa comunità cittadina, come Pasolini. Essenziale. Pasolini è stato ucciso.
Alla storia che fu Pelosi ad ucciderlo non crede più nessuno, neanche Pelosi che per la prima volta nel ’75 la raccontò ai magistrati, e capire da chi fu ucciso sarebbe molto importante, capire la mano che recise la poesia e la rivoluzione sarebbe vitale per chiarire le trame occulte del potere dell’Italia democristiana e complottista.
Capire chi armò la mano di qualche ragazzino borgataro forse ci aiuterebbe a capire la nostra storia. Ci aiuterebbe ma non basta. Non basta perché nessuno ci può dare indietro un poeta, nessuno ci può ridare indietro il suo sguardo celato dagli occhiali neri, nessuno ci può donare oggi di incontrarlo al terzo tavolino del Biondo Tevere e fermarsi a parlare di qualunque cosa passi sulle righe di un giornale.
Per questo che non so perdonare chi ha ucciso Pasolini, chi ha privato la mia generazione del suo sguardo attento, illuminato, per questo vorrei vedere i suoi assassini dietro le sbarre, per questo non sopporto chi dice 34 anni dopo di sapere e non dice, per questo non posso accettare che questo Paese non si sappia indignare contro chi alzò la mano contro la sacralità del poeta.

L’acqua adesso si è calmata, la giornata sta per finire e il domani sarà lieve. Resta Pasolini, aggrappato ad un luna che si fa spazio sulle nuvole, resta Pasolini nel tempo e nello spazio, resta la sua analisi del mondo, del sogno, dell’amore.

Che rimane.Comunque.Sempre. Come una poesia, che non perde inchiostro sotto la pioggia dell’irreale città.

Share